Nicola Vacca, Incursioni nell’apparenza

11/08/2008
Sul balcone del nostro tempo, di Gianfranco Franchi

 Nell’arco d’una manciata di anni Nicola Vacca ha rivelato una personalità autoriale altra dagli esordi, diversamente impegnata e ben più incisiva e necessaria: dimessi i panni del poeta sentimentale, placido e allineato nel canto della bellezza dell’appartenenza, e dell’amore, sembra essersi poggiato sul balcone del nostro tempo per cantarne la dissoluzione, e l’inarrestabile fatiscenza. Osserva la corruzione e il silenzio, la frenesia e la menzogna: distaccato ne scrive, e la penna sembra diventata un coltello. Catalogando l’assenza – di spiritualità, di principi, di letterarietà: d’umanità – e aggredendo il niente che tutto va sovrastando, Vacca canta: amaro e scosso, ma non sconfitto. Isolato, ma non inascoltato. Personale, e coraggioso.

Come già in “Civiltà delle anime”, in queste “Incursioni nell’apparenza” il poeta s’associa alle parole “vagabondo” ed “errante”: sin dalla prima poesia, “La mappa del dolore”: “Pagine vagabonde scrivo / Errando per questo / Tempo dell’ansia / Tutto è promesso / Nulla è concesso”. E non manca una nuova attestazione del naufragio, in “Arenili deserti”: laddove in passato il naufragio era un gioco, qui le cose cambiano: “Il naufragio non è disperazione”. Perché? Perché i relitti hanno un’anima: parafrasando lo stesso Vacca, solo qualche anno prima il mondo inanimato degli oggetti cercava la propria identità nella liturgia del nome. Forse i relitti adesso siamo noi. Siamo come quegli oggetti che volevano avere un nome. Riusciremo nell’impresa? Il vuoto ci soverchia…
Vacca ha sentito di cantare la morte dell’Occidente, non la sua decadenza: la sua morte, nel cuore delle persone. Scrive di dubbi globalizzati e facili certezze abbaglianti (“L’assenza epocale”), di assenze cosmiche – assenza è una keyword dell’opera – e ferite inesistenti di un dolore invisibile (“L’incognita del tempo”), di vuoto (nelle parole, in tutto: cfr. “L’inquietudine è un libro aperto”), di malinconia – il demone meridiano – che scandisce il tempo (“La storia è un insieme”), di resistenza d’una vita dimentica di esistere nelle paralisi epocali (“Dietro i vetri di un giorno mancato”).
Il nostro tempo, “nudo d’idee”, “massacra il linguaggio della creazione / La violenza è in tutte le cose del mondo” (“Tutto ciò che è vero non è mai inutile”); e l’amore, quell’amore che Vacca cantava consacrandosi alla Musa Serena, sembra in pericolo: “I silenzi annullano l’amore / in un’orgia di passioni / ciò che non siamo coincide / con il niente di una parola che si spezza”, leggiamo in “Perde sangue il dialogo con le parole”. Più avanti, à la Villon, si domanda “Dov’è finito l’amore?”: perché non ha più forma la sostanza del cuore. Siamo, dice il poeta, maschere della solitudine (“Gli incentivi di stupidità”).
E allora poesia-manifesto della raccolta potrebbe essere questa:
Siamo vuoti
Nelle parole assenti dello spirito
Siamo assenti nella tragica fine
Di un gioco del tempo
Che ha perso la poesia degli spazi 
Siamo nulla nell’impero
Dei segni del nulla assenza
Che ci fa sentire presenti
(NV, “Siamo vuoti”).
“Vivi ma spenti”, in una civiltà “sillabario di parole vuote” (“Dentro e fuori di noi”), nel silenzio-assenso di Dio (“I drammi del tempo”), abbiamo deragliato dalla giustizia e dall’intelligenza. La nostra rotta è un grande fiume Lete: attingeremo a quelle acque per ritornare solari e inconsapevoli, l’amnesia sarà un dono.
Diversi e naturalmente non malcelati gli omaggi e le reminiscenze letterarie: una pioggia, rispetto alla consuetudine dell’autore. Pioggia fertile e piacevole. Nel dettaglio, ho individuato: Cioran (“La mappa del dolore”: “Restano come consolazione / Solo i sillogismi / Di un’amarezza sconfortante”), Gogol (“Eccolo qui il nostro Occidente”: “Anime morte tra il cielo e la luce”), T.S. Eliot (stessa poesia: “Tutto in questa sconfinata terra desolata”), Hrabal (“Ci si ritrova con se stessi”: “Solitudini poco rumorose (…) / al silenzio che sappiamo comunicare”); Plauto e Thomas Hobbes (“Il giudizio ad ogni costo”: “È la vendetta dell’uomo / che oggi più di ieri è lupo”); Pirandello (“Un punto di convergenza”: “Una maschera nuda conduce / il gioco in questo teatro di finzioni”). Piacevole l’aggressione a Vattimo (“Il pensiero debole è il cuore della questione / L’orrore di una magra consolazione / Incontra nella menzogna / la meta della salvezza”) – necessaria, considerando la scarsa resistenza alla sua filosofia in larga parte delle nostre patrie lettere. Altro potrebbe essermi sfuggito, ma direi che in linea di massima i richiami letterari ufficiosi e non didascalici o scoperti sono questi.
La raccolta è strutturata in cinque sezioni: “Morte Occidentale”, “Metafisica della ferita”, “Il male chiaro”, “La spada di Dio”, “Stato d’allerta”, suddivise rispettivamente in dieci, tredici, sette, nove e sette poesie, seguite da tre liriche extravaganti. Commenta Sergio Zavoli, nella prefazione: “Questa volta Vacca alza il registro concettuale e il tono lirico abituali, e lo fa con un lavoro di decantazione che esige una nudità assoluta – non solo, per esempio, la rinuncia alle aggrondate e sferzanti virtuosità carducciane, ma anche ai lasciti, ben più amati, della ‘divina indifferenza’ laidamente montaliana, o della religiosità di Betocchi, di Rebora, fino a quel magistero spirituale più alto che fu di Luzi” (p. 6).
D’altra parte, come scriveva Longanesi – omaggiato nell’ouverture dell’opera –  “La sola notizia seria, grave, severa è che la morale è morta e che viviamo senza accorgerci della sua assenza”.  
Altrove volsi lo sguardo,
Ma altrove era già mai

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