Nicola Vacca, Incursioni nell'apparenza

20/07/2006

Prepararsi all'urto (per Nicola Vacca), di Gian Ruggero Manzoni

Abbiamo, qua e là nei blog (nonché in questo), parlato di etica in arte, così come di enunciazioni di poetica, dell’importanza di dirsi, di schierarsi, di apparire per quello che in realtà si è in quest’Europa martoriata dall’assenza di un’identità, dall’assenza di nomi di riferimento che non siano quelli impostici dai colonizzatori americani o da quei traditori-collaboratori, al soldo degli USA, aventi il nostro stesso sangue. Oggi più che mai è fondamentale essere coerenti nella creatività come in vita, occorre il porsi con coraggio, il mettere il dito nella piaga quando necessita (nella propria come in quella degli altri), senza paura, senza remore, senza alcun senso di colpa. Bene, reputo che l’ultima raccolta dell’amico poeta e critico Nicola Vacca tocchi tutti questi punti e li dilati, facendoli decollare da ciò che è sociale al fine che volino nel cielo del lirico. Operazione non facile. Operazione rischiosa. Ma Nicola, a mio avviso, ci riesce. Il gesto (pessimistico) d’accusa, di solito, implica un cipiglio epico, a volte ridondante se non retorico, popolarmente convincente, quindi difficoltoso poter elencare i mali che attanagliano il privato e il pubblico con partecipazione ‘mediata’, cioè in maniera consona a tutti gli uditi, ma tale alchimia è congenita in Nicola. Incursioni nell’apparenza (Ed.Manni 2006 – prefazione di Sergio Zavoli) risulta libro diretto, ma complesso, cioè vive in sé un ossimoro espressivo ed esponenziale che lo rende, infine, testo completo. Diretto perché comprensibile, e non criptico, il linguaggio usato; complesso sia per i motivi che ho enunciato sopra, sia perché il proporsi come testimone di ciò che manca di spirito (di anima, di sacro) e il tentare di dare soluzioni non è impresa da poco. Vacca delinea panorami dell’essere scorticati… feriti dalla quotidiana indifferenza per, quindi, denunciarne le cause e gli effetti, e poi definirsi, poeticamente, come possibile taumaturgo degli stessi. Ma qual è il magico unguento che può sanare un sistema-continente moribondo? Bisogna leggere tra le righe. “Convertito alla religione quotidiana del vivere/L’ignoto è l’essenziale./Unica traccia, nel dubbio, è la certezza/Persa ad inseguire il miraggio di un artefice invisibile” egli scrive nel capitolo “La spada di Dio”; e anche: “Si cade nel tempo/Nessuno chiede il conto alle parole che si spengono. In un assurdo teatro dominano i servi di scena./Mancano i maestri,/Quelli che una volta amavano riconoscere/Con i pensieri inabissati nel Pathos” egli sancisce nella poesia “Il sangue, il dialogo”, che segue il capitolo “Stato d’allerta”. Perciò il recupero di una fede rivolta al mistero (nel suo caso pagano) e alla ricerca del simbolo-simulacro della verità e il percorrere la strada dei maestri del pathos, come possibile lenimento alle ustioni dell’insensatezza, diventa parola d’ordine per chi reputa, come noi, che la battaglia contro il nulla (e non il Nulla jungeriano, badate bene, ma quello dell’omologazione consumistico-capitalista) non sia ancora giunta al suo massimo di dirompenza. Quindi prepararsi a tale urto. Trincerarsi. Resistere. Tenere duro per infine contrattaccare col cuore in una mano e la spada nell’altra. Impresa non da poco, considerato che non siamo in molti, ma tanto vale giocarsela sempre sul campo, a viso scoperto, mettendo in conto anche la possibile sconfitta. Ma se ciò sarà, comunque avremo fatto, e il sacrificio resterò come bellezza dell’essersi detti, non del farsi dire. Così che l’apparenza si concretizzi in forma e le incursioni si materializzino in un continuo lavorio ai fianchi di ciò che mai abbiamo considerato e che ancora non consideriamo quali istituzioni della vera conoscenza.

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