Piero Manni, Il prete grasso

10/06/2009
Un Salento che agita la fantasia e la memoria, di Antonio Prete
 
La collana «Chicchi» delle edizioni Manni, ora che la serie delle brevi narrazioni ha già allineato diversi titoli, mostra quanti registri e stili, quanti modi fantastici e morali, trasognati e rammemoranti, trascorrano nell’arte italiana del narrare: una polifonia che testimonia come sia importante tenere viva una tradizione propria della nostra letteratura, che ha da sempre dato nella scrittura breve bellissime prove. Ora in quella collana tre brevi narrazioni di Piero Manni, raccolte sotto il titolo di una di esse, Il prete grasso, offrono non solo l’esempio di un raccontare scandito nei suoi tempi, nel suo stesso ritmo, dalla brevità, ma compiono anche un’apertura di sipario su un’infanzia salentina affollata di voci, parentali e contadine, di figure del paese sagge o grottesche, di credenze popolari, di parlari arcaici e magici. Il tutto nell’orizzonte doloroso di un cielo chiuso, nell’asprezza di un mondo fatto di quotidiane fatiche: in quel mondo qualche sollievo è portato dal vivere nella prossimità fisica e umana e comunitaria propria del piccolo paese, e anche dall’affabulazione popolare, dalla fuga fantasticante favorita dai proverbi, dalle narrazioni religiose, dalle dicerie e frasi rituali.
Se il primo dei tre racconti, in una prosa serrata e nitida, mette in scena l’ardimento e l’incantamento del bambino dinanzi a un alveare in libertà, gli altri due evocano il Salento di un tempo, povero e frugale, e tuttavia ricco di energia dialogica e narrante, un’energia che era la vera temperie di crescita interiore per i bambini, pur in mezzo a sopravvivenze magiche e devozionali. In questi riusciti affondi di memoria si vede bene come la pluralità delle lingue e delle tradizioni, propri della Grecìa salentina, siano una ricchezza da preservare. Quel Salento che già Manni aveva narrato sospingendolo verso l’intreccio con l’amara contemporaneità in un suo precedente libro, qui appare nel suo repertorio da antropologia della vita quotidiana, potremmo dire. Leggendo, sentivo riaffiorare voci e figure della mia infanzia salentina. Che cosa di meglio si può chiedere a uno scritto se non di agitare la nostra fantasia e la nostra memoria, e fare da battistrada su un sentiero dove possano apparire le funamboliche e bizzarre figure di un tempo che più non ci appartiene ma che ha lasciato i suoi solchi nel nostro stesso pensare?

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