Raffaele La Capria, I mesi dell'anno

05/01/2009

Ikebana dei mesi che fuggono lievi, di Giovanna Capretti

Ha la levità dello scorrere delle stagioni, e la freschezza di una chiacchierata tra amici all’ombra di un portico d’estate, il libretto di Raffele La Capria I mesi dell’anno, con illustrazioni di Enrico Job, lo scenografo romano – ma cresciuto a Paterno Franciacorta, dove trascorreva la villeggiatura – scomparso lo scorso marzo.
Una strenna, ma anche un viatico di inizio anno e, soprattutto, l’omaggio ad una amicizia, quella tra lo scrittore napoletano e l’artista, bruscamente interrotta. Lo scorrere dei mesi diventa leggera adesione alla ruota del tempo, che gira inesorabile, con il suo carico di impegni ed attese, di gioie e di lutti, ma che è sempre in grado di regalare attimi di sospensione cristallina, in un’immagine colta una mattina di primavera, nella sensazione malinconica dell’autunno, nell’afa estiva o nel crogiolarsi al caldo del caminetto invernale. Immagini che la matita di Job – la sua “mano felice”, come ricorda La Capria nell’introduzione, che gli impedì di essere artista puro e lo indirizzò alla scenografia – coglie nel tratto rapido con cui immortala i fiori nel vaso di casa, sempre quello, il rigoglio estivo di un angolo di giardino, lo scorcio da una finestra.
Gennaio – “amo gennaio e tutti gli inizi, anche quando sono un po’ duri” scrive La Capria – sono gli steli lunghi e secchi delle rose dimenticate nel vaso dai giorni delle feste. Marzo sono gli uccellini sui rami ancora spogli dell’albero in giardino e il desiderio dei fiori di mandorlo espresso dallo scrittore (“quei due colori, il marrone del ramo e il rosa del fiore contro l’azzurro del cielo, sono di una delicatezza giapponese”). Aprile è il mese più crudele dell’anno, crudele secondo il poeta T. S. Eliot perché “fa tornare la voglia di vivere a chi è stanco”, annota ancora La Capria, ma per Job è l’esplosione del verde e dei fiori rossi nella ciotola larga di coccio. E via così, tra le rose di maggio e le ortensie di giugno, il ramo di pesco crollato sotto il peso dei suoi frutti ed adagiato su una sorta di vecchia carrozzina per bambini (è il 26 luglio 1996 annota Job sul foglio). Settembre è la luce che entra di taglio in veranda, novembre è una caravaggesca cesta di frutta, dicembre solo il fuoco nel camino. La Capria dà voce alle stagioni, nello stesso tono quotidiano dell’amico artista, alternando memorie d’infanzia ad annotazioni di economia domestica (a fine maggio il fisco si appresta a riscuotere…), in un viaggio fantastico tra il “gran daffare cosmico” della natura che si risveglia ad aprile, il “ritorno alle origini” nel primo bagno di mar nell’acqua ancora fredda di giugno, nel sentore d’autunno che ad agosto “si annuncia col primo acquazzone”, nel ricordo del “cerimoniale dell’acquisto dei quaderni, delle penne, dei libri di lettura” nei mesi di settembre della gioventù, nella frenesia festaiola-consumistica di dicembre.
Si avverte, in queste pagine, il senso dell’eterna domanda dell’uomo di fronte all’enigma del proprio passaggio sulla terra, subito riportato alla concretezza quotidiana: “Chissà se è la cultura, ormai ereditata, che genere in noi questi sentimenti che variano a seconda delle stagioni e vi si conformano, o se anche noi viviamo, come l’anno, un oscuro e parallelo ciclo biologico.” La domanda resta nell’aria, e la si immagina sospesa nella frescura del portico della Palazzina, un pomeriggio d’estate, mentre Raffaele e Enrico assaporano il ritmo lento del tempo che scorre.

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