Reina Maria Rodriguez, Tre modi di toccare un elefante

05/05/2006

Tre modi (marxisti) di toccare un elefante


Un venerdì, a notte inoltrata, Santiago arrivò a casa ansimante per la scala ripida. “…malgrado la sua agilità da scala musicale e il ritmo martellante dei suoi passi, lei aveva notato che era molto sudato, fatto strano perché, di solito, sembrava sudasse poco…” Nonostante fosse dicembre faceva molto caldo. “…insopportabile il caldo di quei giorni che pretendevano essere invernali e non lo erano…”
In quei giorni di dicembre che sembravano estivi, di caldo Natale (come lo chiamavano i suoi vicini), giorni intonacati con calcina sulle pareti, si usciva in fretta a vendere qualunque cosa sotto i portici: “Il panetto scuro di sapone, le medagliette senza valore ed i fiori secchi” – diceva il defunto Agustín che “…quasi diventa santo”, assicurava Consuelo, per quante medaglie aveva venduto per assicurarsi il capodanno o la resurrezione “di quel bambino Gesù…” sostituito questa volta da uno di calamina, appeso nel bel mezzo delle scale, amuleto “di plastica verde-oliva” portato da Tina, “dalle viscere dell’URSS” –diceva lei con orgoglio– “carico di bolle d’ansia e di problemi ideologici” – assicurava Luis.
In quei giorni si organizzavano meeting contro i dissidenti o contro chiunque manifestasse, o “che solo avesse l’intenzione di pensare in modo contrario al regime (perché immaginare era già un atto riprovevole)” –concludeva Luis–, a proposito della missione realizzata da quei gruppi chiamati d’azione rapida. La strada era surriscaldata, l’asfalto era incandescente e la gente non era riuscita a riprendersi dall’estate cercando (disperata) l’acqua inquinata della baia e la “carne di maiale” – come diceva Lala, sognando quello che sua madre teneva proprio sul tetto della stanza. “Il solito pane e maiale per festeggiare la fine di dicembre imbottiti di grasso, acqua sporca e caldo”– concludeva acidamente Santiago Misar.
Trinidad chiese a Santiago di rimanere in casa sua fino a quando non si fosse calmata la violenza degli estremisti. Lì sarebbe stato al sicuro, credeva lei (ingenuamente), mentre osservava il voluminoso spessore elastico della pianta dei suoi piedi, “che attutiva l’impatto e li lasciava riposare su unghie seppellite, quasi sempre malate” – diceva la defunta dei piedi di Sergio, di Santiago e, logicamente, degli elefanti. Perché “la cosa è orripilante e fa paura davvero e lei vedrà come di fame un elefante morirà” – canticchiava tamburellando con le dita come se fossero zoccoli.
Alla fine lui portò la sua lampada e la macchina da scrivere di calamina con diversi libri e, nonostante gli risultasse difficile vivere con gli altri, rimase con loro. “Non bisogna dimenticare che, anche se il traffico è diminuito, la mattanza di elefanti tutt’oggi persiste” – ricordava il presentatore del programma L’Ordine degli Elefanti quando stavano per dimenticarlo.
In quei giorni di fine dicembre del ’93 la temperatura salì al massimo. “… che io ricordi, non era mai salita così tanto –annotava Trinidad nel suo diario di bordo–, solo la sua proboscide, annusando il pericolo, si manteneva alta come la temperatura…”
Santiago apparteneva allora al cosiddetto partito o gruppo del socialismo democratico; lei non sapeva, in realtà, in che cosa consistesse. Era uno tra i tanti nell’Isola che dicevano di combattere a favore dei diritti umani. Santiago aveva studiato a sufficienza il marxismo nella Biblioteca Nazionale: né donne, né feste, né sigarette. Era, senza dubbio, “l’originale di L’elefante celibe di Max Ernst” – diceva Luis a Trinidad per mortificarla. Niente che lo distogliesse dal suo lavoro: Martí, gli scrittori russi e la rivoluzione erano i suoi miti.
Dal sofà – sistemato in quello spazio rettangolare che chiamavano “il cenotafio” (nome imposto da Luis, grazie al calore accumulato dalle pareti battute dal sole durante tutto il giorno), dove lei appendeva “gelsomini, ortensie, nastri, coperte –la defunta Lala indicava, ogni volta che si verificava una nuova infiltrazione, il posto dove mettere un altro vaso– per mantenerlo al fresco”. Luogo privilegiato della casa usato per molteplici scopi, come ricevere molte persone, leggere e cucinare los chicharros (pesci che la gente dell’Isola mangiava quando arrivavano le navi e le cui teste “dagli occhi terrorizzati”, così li chiamava Consuelo mentre li puliva) sarebbero serviti da cibo anche per i gatti.
Lei era nella stanza all’estremità opposta, “situata sempre lontano”, diceva Santiago, profondo conoscitore di quella distanza sostenendo, come il presentatore della radio in quel programma giornaliero sugli animali, che “gli elefanti riconoscono ogni cosa soprattutto dagli odori e dai sentimenti che il vento trasporta di notte”.
Trinidad e Santiago parlavano dell’universo –li rimproverava la defunta Lala, il cui universo si riduceva sempre di più alla scala ed alla sua piccola stanza in fondo alla casa, dipinta con calcina blu–, e parlavano della Achmatova, la poetessa preferita anche da Luis, che era escluso da queste conversazioni notturne.
Santiago le leggeva le sue poesie prima in russo e dopo in spagnolo: “…vago tra le onde e mi nascondo nel bosco, mi vedo apparire sullo smalto puro, la separazione, di certo, non mi distruggerà, ma un incontro con te non è sicuro” – le recitava sottolineando il ritmo fino al limite delle sue possibilità ed evidenziando il sentimento ad ogni inflessione.
Era un buon professore, un buon traduttore, un leader, uno scriba, un politico ma, soprattutto, “…un uomo elefante –diceva Trinidad compiaciuta–, che porta sulle spalle, sotto i piedi, nelle orecchie, il peso grigio di questi animali stanchi…”
Il sabato sera, dopo quella “settimana appassionata”, erano presenti al “lancio” di un libro. “…chiamiamo lancio –spiegava Luis agli stranieri che passavano dal suo banco o dal solito gradino– la presentazione di un libro, quando lo lanciamo come una palla di cannone –diceva con gesto enfatico–, a un pubblico pietrificato su sedili di plastica e sul punto di sciogliersi sotto il sole di mezzogiorno di Calle Obispo…”; “in mezzo alla povertà ed ai festoni di carta a catenelle appesi da una parte all’altra, per il vicino Natale o per il trionfo della rivoluzione, dove –e facendo una pausa per connettere quelle metà della sua mente, aggiungeva Trinidad– tutto si fondeva e confondeva nella stessa celebrazione… Questo appartiene ad un nuovo dizionario che bisognerebbe pubblicare” –affermava lei, con il suo delirio di combattere contro l’oblio– dove comparivano quei nomi che colpivano per la loro meravigliosa assurdità, quali “punto di latte” o “modulo di pulizia”…
Gli amici che si incontrarono quella sera e che sapevano che Santiago stava in casa in quei giorni, non ricordano più di che libro si trattasse. “…forse di qualche manuale di ateismo scientifico…” – annotava Trinidad, pensando alla fede che tanto mancava loro.
Dopo avere convissuto “…tra pascolo, foglie e altre erbe spaventate per il rumoroso vicinato…” –scriverà Trinidad nel suo diario–, quando l’aria di tempesta sembrò calmarsi, Santiago decise di ritornare a casa sua in Calle Reina per andare a trovare sua madre.
“Sappiamo –sottolinea il presentatore del programma che ogni pomeriggio Consuelo toglie a suo marito in una lotta aperta per sentire il radioromanzo delle tre– che la madre è il nucleo del branco, e che solo dopo i primi cinque anni il piccolo di elefante abbandona la mammella che si trova sotto le zampe anteriori della madre.”
Quel giorno faceva un po’ freddo (almeno la temperatura era cambiata in modo drastico). Sempre fedele alla frase che Luis ripeteva –“non c’è niente di più ideologico del clima”– Trinidad toccava un asciugamano senza fiori di Santiago, “liso, messo sullo stenditoio come una bandiera” –diceva Lala dal suo balcone, mentre lo guardava–, quando uno di quei ragazzi che allevavano colombi sulla terrazza vicina le gridò dall’alto: “Trinidad, hanno picchiato Santiago Misar.”

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