Renato Barilli, La neoavanguardia italiana

01/03/2008
Il salutare rinnovamento, di Roberto Carnero

La data di nascita ufficiale fu il 3-8 ottobre del 1963, quando a Solanto, presso Palermo, in una sala dell’Hotel Zagarella, si costituì formalmente il gruppo. Parliamo ovviamente del  Gruppo 63. Era un drappello di giovani, e meno giovani, poeti, narratori, critici, accomunati dalla polemica contro la tradizione letteraria, da loro giudicata superata e passatista. Davano così inizio al movimento della Neoavanguardia. C’erano, tra gli altri, Nanni Balestrini, Renato Barilli, Furio Colombo, Umberto Eco, Enrico Filippini, Alfredo Giuliani, Angelo e Guido Guglielmi, Elio Pagliarani, Antonio Porta, Edoardo Sanguineti. La formula degli incontri si sarebbe riprodotta in modo simile negli anni a venire: letture di testi e dibattito critico, oltre alla riflessione su questioni di ordine generale.
Ora uno dei protagonisti della Neoavanguardia italiana, Renato Barilli (attivo, da allora a tutt’oggi, sul versante della critica d’arte e della critica letteraria), offre un’indagine a tutto campo su quel fenomeno così importante per la cultura e per la letteratura italiana dell’ultimo mezzo secolo. Il suo libro affronta il fenomeno neoavanguardistico risalendo ad alcuni anni prima, cioè a quella ricerca di una poesia “novissima” che precedette la fondazione ufficiale del Gruppo 63, per seguire poi la Neoavanguardia nelle sue tre dimensioni principali: la poesia, la narrativa, il dibattito critico. Queste sono le tre sezioni in cui è articolata l’analisi di Barilli, il quale, all’interno di ciascuna di esse, si vale di un andamento cronologico. Un ultimo capitolo, infine, riguarda le ragioni storiche e culturali che portarono allo scioglimento del Gruppo in concomitanza con quanto accadde attorno al fatidico ’68.
Come valutare oggi, a quarant’anni da allora, il fenomeno neoavanguardistico? Barilli sembra essere molto ottimista: “Come si dice per certi vini, sembra che la costellazione di valori e fattori racchiusi sotto la sigla del Gruppo 63 vada acquistando nuovi sapori e valenze man mano che ci si allontana dagli anni che ne videro la nascita e le condizioni di esercizio. Soprattutto non è ancora esaurito il potere di provocazione insito nel richiamo a quei fatti, basta pronunciarne il nome e subito il clima si riscalda, rinascono barricate, c’è chi invece inveisce contro di essi, o chi invece li benedice”. E noi che cosa possiamo dire a proposito? Se anche molta della produzione legata a quel clima appare gratuita, velleitaria, quando non francamente illeggibile, ciò non di meno va riconosciuto il ruolo storico del Gruppo 63: quello che tale movimento ebbe nel rivisitare criticamente la modernità, senza pregiudizi e con passione; quello di aver contribuito a svecchiare la narrativa e la poesia italiana, magari gettando qualche bomba di troppo, ma portando il vento di un salutare rinnovamento. In fondo, volenti o nolenti, gli scrittori successivi dovettero tener conto di quell’esperienza, portando a sintesi, a maturazione, meno eclatante ma più persistente, il germe del cambiamento innescato proprio dal Gruppo 63.

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