Riccardo Notte, Emilio Notte

29/06/2010
,Vita e opere di un maestro ricco di fascino. Che fu trascurato dalla sua Napoli, di Ugo Piscopo
 
Troppo umano, nel senso indicato da Nietzsche, artista in implicata tensione di ricerca, Emilio Notte aveva negli occhi lampi luciferini e insieme appelli di avvolgente affetto e comprensione per le debolezze e i limiti altrui.
Coerente e consapevole portatore di interrogazioni aperte e di scarnificanti esigenze di lavorio mentale come condizione fondante per la poiesi artistica, era nelle relazioni col mondo di un’umiltà rara. Me lo ricordo a un dibattito sull’arte contemporanea a Napoli, al Palazzo Reale, seduto tra il pubblico in attento, ma non esibito, ascolto. A un certo punto, un estimatore, che era stato già suo allievo, interruppe i riti previsti dall’agenda, esigendo, per la continuazione, che Notte sedesse al tavolo della presidenza. Se si doveva parlare di arte contemporanea, egli faceva notare, era doveroso dare rilievo concreto a un maestro di altissimo profilo in tale campo. Notte, senza alzarsi, con le mani aperte si faceva scudo alla sua persona e indicava a tutti che si proseguisse il discorso come da programma, perché importante era affrontare le questioni, non esibire le persone degli artisti, gli artisti passano, egli disse secondo una sua consolidata convinzione, l’arte resta. Per smuoverlo e portarlo al tavolo della presidenza, ci volle l’intervento materiale di tutto un gruppo di suoi ex allievi.
Sugli allievi, come sulle donne, Notte esercitava un fascino rapinoso al limite del plagio. E a Napoli, intere generazioni di artisti portano il segno del suo magistero. Tra i maggiori, Carlo Alfano, Armando de Stefano, Carmine Di Ruggiero, Gianni Pisani, Eduardo Palumbo, Lucio Del Pezzo. Con i colleghi dell’Accademia, però, e con gli altri pittori napoletani, erano scintille. Notte, naturalmente, dava ombra, era scomodo e bisognava fargli guerra. Il risultato di questa ostilità è stato che Napoli, città sprecona e masochista, si è fatta sfuggire l’opportunità di dare a Notte i riconoscimenti dovuti e, insieme, di appropriarsi di una parte di storia di sé.
I tempi, però, dovrebbero essere maturi per una mostra sistematizzante dell’attività di Notte, per un lavoro di ricognizione documentata e affidabile, per una operazione di serietà. Un utile contributo a tal fine è dato dalla recentissima pubblicazione della prima accurata biografia dell’artista, Emilio Notte. La vita, le opere. Ne è autore il figlio Riccardo, che tratta la materia con informazioni di prima mano e può portare luce su vari aspetti che finora sfuggivano o erano poco noti.
Nella monografia è ricostruita la vicenda dell’artista dalla nascita (1891) alla morte (1982), con un’esattezza perentoria di dati e di riscontri, che sono il frutto di memoria condivisa, ma anche di ricerche portate avanti per una vita. Esemplari sono le ricostruzioni del periodo trascorso da Notte a Firenze decisivo per la formazione intellettuale e artistica e per i suoi orientamenti verso l’avanguardia e il futurismo e del periodo milanese che fa lievitare la prospettiva futurista datasi a Firenze e introduce nell’immaginario dell’artista motivi e moduli nuovi. Anche sul periodo romano (1924-1936) si forniscono indicazioni inedite. Sul periodo napoletano (1936-1982), invece, il racconto scorre veloce e spiegabilmente risentito verso la partigianeria e l’ostilità pregiudiziali degli ambienti locali. Vuol dire che su questo Riccardo deve riaprire il discorso. Peccato che la condizione di figlio trattenga il biografo dall’abbandonarsi al flusso dei suoi sentimenti e che la consapevolezza che la biografia non è semplice regesto di dati induca l’autore a un rigore che talora è troppo severo.

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