Roberto Tortora, Quattro quadri per una spiaggia d’inverno

27/12/2009

Dal grottesco all’idillio, di Rodolfo Di Biasio

Il racconto è genere difficile, arduo addirittura, perché vuole ad un tempo sintesi e completezza, ineludibile simmetria e corrispondenze tra le parti, rapidità d’esecuzione. Troppe alchimie entrano in gioco e guai a non bilanciarle. Il racconto non riuscito è materia inerte, una sorta di appunto di un tema abortito. Ecco perché quando mi capita di leggere un libro di racconti che hanno o si avvicinano alle caratteristiche di cui dicevo, mi lascio catturare.
È il caso di Quattro quadri per una spiaggia d’inverno. Ne è autore Roberto Tortora. È questo il suo primo libro, anche se Tortora ha superato i quarant’anni. Buon segno anche questo perché dietro i racconti di Tortora c’è un lungo e infaticabile apprendistato, la consapevolezza della necessità della scrittura. Di lui avevo letto infatti manoscritti alcuni racconti una decina di anni fa. Me li aveva inviati e gli avevo risposto. Dopo un silenzio così lungo, cui la fretta e le approssimazioni del nostro tempo ci hanno disabituato, Tortora con questo suo primo libro si presenta con le carte in regola, si presenta come uno scrittore che ha saputo precisare il suo mondo e ha saputo organizzare gli strumenti espressivi per rappresentarlo.
I quattro racconti sono diversi nella materia. Si parte dal primo intitolato Il nibbio bruno, un piccolo gioiello narrativo in cui a predominare è il grottesco, per arrivare all’ultimo che si intitola Cosparsa di canti di coriandoli. Lo scrittore rappresenta il momento magico dell’adolescenza sospesa tra sogno e i primi aggredenti segnali della realtà, un vero racconto di formazione in cui Tortora accompagna da una parte la crescita del protagonista e dall’altra disegna il personaggio di Meri Ro, l’unica ragazzina del gruppo seguita con trepidazione dallo scrittore: “Adesso Meri Ro stava eseguendo una verticale, ma il suo sguardo era posato solo su di me. Le braccine ricoperte di efelidi sostenevano da sole tutto il peso del corpo capovolto ed io la trovavo irresistibile anche così, col nasino al di sopra degli occhi”. Il racconto trova poi la sua collocazione in un ambiente che pur domestico continuamente si dilata sottoposto com’è alle amplificazioni fantastiche dei ragazzi. Un ambiente che fa da collante anche ad altri racconti dal momento che essi sono collocati tutti nella stessa cittadina, descritta nei suoi quartieri popolari, in un mare intrigante e misterioso: “Questa che sta cadendo sul lungomare di Vindicio a Formia è un’alba bianca di metà dicembre. Apre a fatica il giorno più corto dell’anno. Chi osasse avventurarsi per strada a quest’ora, cacciando le orecchie nel bavero del cappotto per non soccombere al silenzio del mare, chi non resistesse alla tentazione di far scorrere la mano sulla fredda ringhiera arrugginita, sarebbe indotto a voltarsi ogni dieci passi spiando il vuoto che si è lasciato alle spalle”. Se nel secondo racconto intitolato Veglia in ospedale a prevalere è ancora una sorta digrottesco, nel terzo racconto, quello che dà iltitolo al libro, Tortora dà prova della sua bravura tenendo in equilibrio vicende diverse e molteplici che paiono voler deflagrare: nel racconto infatti i protagonisti sembrano essere viciniall’incontro rivelatore e definitorio, ma ogni voltal’incontro viene mancato e restano solo vicende sospese, inquiete e perturbanti.L’altro collante è la scrittura. Di racconto inracconto Tortora sa indovinarne la cifra e la misura. Si passa così naturalmente dal grottescoall’idillio, proprio in virtù di una scrittura chepur “aderente alle cose” procede per espansioni perché è in grado di aggiungere sempre nuovi sensi.Così le scelte stilistiche dello scrittore ubbidiscono ad una interna energia e profilano almeglio personaggi e situazioni.

 

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