Rosalba Conserva, Casa Bàrnaba

03/07/2005

La Puglia al Premio Strega, di Grazia Rongo


Si chiama Casa Bàrnaba il libro edito da Manni editore e candidato insieme con altri 11 finalisti. L’autrice è di origini pugliesi, ha vissuto la sua adolescenza a Monopoli e poi si è trasferita a Roma. Dopo aver scritto saggi, ha ultimato questo che è il suo primo romanzo, impiegandoci vent’anni.


Sulla strada per Brindisi, nell’entroterra contadino del sud Italia, lontano dalla civiltà civilizzata e vicina ai ricordi di chi negli anni ’50 portava i calzoni corti, lungo i sentieri segnati dai muretti a secco, ci si può imbattere in Grottola. È un paese come ce ne sono stati tanti in Puglia, posti battuti dal sole, bianchi di calce e rossi di terra, il posto in cui Rosalba Conserva ambienta Casa Bàrnaba, il suo primo romanzo. Una storia di luoghi e famiglie ambientata negli anni ’50: il mondo visto con gli occhi dei bambini alla vigilia della speculazione edilizia.
Per la scrittrice, che è nata e vissuta a Monopoli fino all’adolescenza, la prospettiva è quella di un riconoscimento prestigioso. Casa Bàrnaba è infatti tra gli undici finalisti del Premio Strega 2005, il cui vincitore si conoscerà solo il 7 luglio.
Attualmente Rosalba Conserva vive a Roma, dove si è trasferita nel 1980. Per ultimare il suo romanzo ci ha messo vent’anni ma nel frattempo ha insegnato e scritto saggi, alcuni dedicati al padre della cybernetica Gregory Bateson. (La stupidità non è necessaria. Gregory Bateson, la natura e l’educazione, La Nuova Italia, Firenze 1996).
Rosalba Conserva, come si passa dai saggi al romanzo, da Gregory Bateson ad Adele Bàrnaba?
“Sicuramente non per caso, visto il tempo che ho impiegato. Volevo scrivere qualcosa di molto bello, un libro di cui essere orgogliosa, che piacesse alle persone che conoscevo e che poteva piacere agli sconosciuti. Per me la creatività nasce proprio dall’apprendimento inteso secondo gli insegnamenti di Gregory Bateson. Il patrimonio di conoscenze che ognuno ha si alimenta con esperienze di diverso tipo. Per me, per esempio, le teorie di costruzione del romanzo, erano molto chiare. Ad un certo punto però ho capito che dovevo alimentare questo mio apprendimento profondo con letture, esperienze umane: tutto quello che il forziere delle mie conoscenze poteva contenere.”
In che modo lo ha fatto?
“Appropriandomi di modelli in modo non scientifico, a metà strada tra il rilassato e il rigoroso. Ho alternato, in questi vent’anni, periodi di scrittura del romanzo ad altri di lettura di generi letterari completamente diversi da quello mio: Carlo Emilio Gadda o Robert Musil, per esempio. Scrittori lontani anni luce da quello che poi è lo stile di Casa Bàrnaba. Sempre in quest’ottica ho sempre ricopiato i libri che ho più amato”.
A mano?
“Sì, come insegna il metodo Montessori: ricopiare i libri che si amano aiuta la fase più alta dell’apprendimento”.
E Casa Bàrnaba è stato scritto così, manualmente intendo?
“Le prime stesure sì. Le correzioni le faccio sempre su stampa, non mi fido della velocità del pc. Ho bisogno di tempo”.
Sin dalle primissime pagine del suo romanzo, si ha la sensazione di essere catapultati in un libro di Giovanni Verga o Gabriel García Márquez.
“È una cosa che hanno notato in molti. Io non ero molto consapevole di accostarmi a modelli del genere. Il libro sfiora Verga per l’aspetto linguistico e la letteratura sudamericana per il tono di realismo fantastico: ad ogni modo non pretendere di cogliere delle verità. Non volevo documentare il tempo descritto o rifarmi a precisi modelli letterari”.
Tra le tante, due cose in particolare saltano agli occhi: l’ironia e l’uso delle maiuscole.
“L’ironia è una caratteristica del mio modo di relazionarmi alle persone, agli eventi. Probabilmente nasconde una sofferenza di fondo. Casa Bàrnaba può essere considerato anche un libro pieno di dolore: qualcuno lo ha interpretato così, affermando che è una metafora della perdita, del fatto di dover fare i conti con il passato, con quello che abbiamo abbandonato o che ci ha abbandonato”.
E perché Cattiveria, Mascalzonaggine, Torto e Ragione e tante altre parole ancora sono indicate con la maiuscola?
“Le maiuscole sono attribuite ad Adele Bàrnaba ed esprimono l’enfasi e l’intenzione categorica che c’è nel personaggio. Ma il tempo che trascorre nel romanzo fa sparire del tutto le maiuscole, nelle ultime pagine scompaiono quasi del tutto. È come se con i cambiamenti intercorsi nel frattempo, il mondo fosse diventato più leggibile, privo di categorie assolute”.
Esiste Grottola?
“Grottola è un paese vero, ho inventato solo il nome. Però ci sono tanti Grottola in Puglia e nel mezzogiorno”.
Quanta Puglia si porta nel cuore?
“Nonostante non ci torni spesso, la Puglia è nell’anima, non si può cancellare. Mi porto dietro il tempo che ho vissuto, quell’infanzia nella quale ero, come tutti i bambini di quel tempo, spettatrice del mondo. A differenza di quello che succede nei giorni nostri, allora ai bambini non venivano sottratte le occasioni di ridere o di piangere nonostante la verità non fosse mai raccontata del tutto. Siamo cresciuti con la consapevolezza di vivere giocando anche con le bugie”.


01/07/2005 “Qui Salento”

Storie di famiglia, tra sogni e delusioni
, di Serena Mauro


Una casa. Con un giardino inutile, nel quale “i pensieri si sparpagliano e sconfinano ancora di più, perché non si vede la fine, del giardino, tante sono le piante arruffate che coprono il muro oltre il quale passa la strada di Brindisi”. Una casa. “La forma delle case, la forma dei pensieri, la forma dell’infanzia e quindi la forma dei passi che uno metterà per il resto della vita. Dove le finestre si aprono, quali le stanze dove è stato accolto, quali gli sono state vietate. E chi ha vissuto in una sola stanza cosa guardava, di cosa parlava, dove se l’è ricavato il posto per pensare?”.
A pennellate ampie, la scrittrice brindisina Rosalba Conserva racchiude in un romanzo la magia e il fascino custoditi in una casa, la storia di una famiglia, gli anni trascorsi, il tempo, i sogni e le delusioni. “Perché la forma di una vita viene dalla forma della sua infanzia, e la forma dell’infanzia è la forma della casa che poi la racconta”. E allora Casa Bàrnaba è la storia di una casa, di una famiglia, di un paese, di un mondo contadino, fatto di rassegnazione, di accettazione del destino, dove basta “accettare ciò che non si capisce, che proprio in ciò che è difficile da capire sta il segreto della vita: la felicità, le ingiurie e il piacere di sopportare il dolore”.
È una storia corale, fatta di storie senza importanza, come quelle raccontate le sere d’estate, storie che racchiudono il significato e il senso di un tempo e di un luogo, mille storie a fare la Storia. È una storia raccontata da una casa, e dalle case intorno, da ringhiere, balconi, stanze disposte senza un criterio, le bottiglie messe capovolte sulla panca, un triciclo, le sedie di paglia, le galline.
È una storia fatta di storie che si intrecciano, e che all’improvviso si ritrovano trasportate e scompigliate dal trascorrere del tempo. Perché “in una casa arriva il momento che le cose non sono più le stesse. Anche a quel tempo succedeva, perché non è mai vero che le storie di famiglia seguono il verso che uno s’immagina mettendo su un filo bello dritto il prima e il dopo, le premesse e le conseguenze. Bisogna soltanto avere pazienza, che le storie arrivano sempre a una svolta”.
Così arriva la macchina industriale, il vecchio e il nuovo si incontrano, e fanno un pezzo di strada insieme, fin quando il vecchio, pian piano, scompare, si ferma ai margini della storia, racchiudendo in sé tutte le storie senza importanza che hanno dato significato e senso a un tempo, a un luogo, alla Storia, e allora si capisce che niente tornerà più come prima.

27/07/2005 Il Secolo d'Italia


Quella voce dal passato, di Nicola Vacca


L’esigenza di recuperare un mondo del passato ha spinto Rosalba Conserva a scrivere il suo primo libro. Casa Bàrnaba è una storia corale che racconta la cultura contadina attraverso la saga di una famiglia pugliese.
Le vicende della famiglia Bàrnaba rievocano la bellezze e la poesia di un mondo denso di proverbiale saggezza, che era destinato a scomparire con l’avvento della speculazione edilizia.
Sono numerosi i personaggi che intrecciano le storie di questo romanzo, che è entrato tra i semifinalisti del Premio Strega. L’autrice ha voluto raccontare, nel tempo dominante di una cultura omologante, la piccola storia di Gròttola, un paese nella campagna di Brindisi, e il vecchio sapore di una tradizione di cui oggi si è persa traccia. I numerosi personaggi di questo magnifico affresco corale rappresentano lo sforzo della memoria legato a un certo Meridione scomparso che si riconosceva nella grandezza culturale della civiltà contadina. Si tratta, appunto, di un romanzo meridionalista che insegue le tracce di un mondo perduto. La Conserva individua nella lezione del passato un importante indizio per ricostruire lo specchio dei tempi. Così il mondo scomparso, che fa da sfondo alle numerose storie del suo libro, non vive soltanto nella memoria ma diventa un modo di narrare che va controcorrente, scuotendo la fantasia del lettore che finalmente si trova di fronte a una solida struttura narrativa che lo affascinerà.
Nel libro della scrittrice pugliese c’è il vissuto, il racconto si insinua nel tempo della nostalgia: tutto si gioca nel campo della memoria in cui assume un ruolo fondamentale il distacco del tempo.
Rosalba Conserva ha voluto scrivere un romanzo su un altro tempo, sulla ricchezza interiore di una civiltà scomparsa, per raccontare la povertà del nostro tempo soffocato dal consumismo e dalle effimere chimere di un’omologazione che uccide ogni tipo di memoria.
Nella trama fitta degli avvenimenti quotidiani di una vita semplice ispirata dai valori dell’appartenenza familiare si consuma il rito tradizionale di un nucleo di persone che gelosamente custodiva il proprio tempo, sospendendolo nel tempo stesso, nella ricchezza interiore dei propri sentimenti.
Di quella purezza contadina oggi non vi è più traccia, era giusto scrivere una storia corale per serbarne il ricordo. La Conserva in questo romanzo ha seguito con grande intelligenza le tracce di un passato, quello di un mondo scomparso che aveva nel Meridione la sua nobile dimora, ha raccontato le vicende esistenziali di una famiglia patriarcale pugliese consapevole di voler realizzare un sogno: quello di dare vita a un modo di raccontare che sappia parlare del presente guardando con rispetto alla lezione di un passato che viene troppo spesso relegato negli scomparti mentali di un oblio ingiustificato.
Questo libro di Rosalba Conserva è destinato a rimanere. Nell’attuale panorama letterario prevalgono libri inutili di presunti scrittori sgrammaticati che ignorano volutamente, e con una dose ingiustificata di presunzione, ogni relazione significativa con la tradizione e il passato, arrogandosi il diritto di essere indispensabili al mediocre minimalismo del loro squallido presente. Casa Bàrnaba, invece, ha la memoria della grande narrativa d’altri tempi.
Nella piccola storia di un paese che si trasforma nelle pietre e nei sentimenti, via via, a immagine della città, l’autrice racconta le pericolose insidie della modernità che preparano l’avvento di un mondo nuovo e allo stesso tempo disegna la geografia interiore di un nucleo familiare che resta gelosamente attaccato al vecchio. Nella pagina finale del romanzo la Conserva riassume, con grande senso del rispetto, il ricordo legato a un mondo di valori e di tradizioni che stava lasciando il posto all’avvento della decadenza. “E questa del canapè di Casa Bàrnaba, unico mobile sopravvissuto alla demolizione completa di casa Bàrnaba, e che ritorna a Italo Bàrnaba, -senza che lui e Cettina sapranno mai l’origine- è l’ultima trovata dei fratelli Raguso. I quali, da lontano, passato il tempo, non vollero appurare la verità, come la storia andrà a finire davvero: Italo prigioniero di Eugenia e della sorella grande di Amedeo Cècere, nella casa a tre piani costruita da Amedeo sopra la nevaia di casa Bàrnaba dove stava racchiusa, a darne prova, la vigile noncuranza di tutti i Bàrnaba, e dove i fratelli Raguso, il bambino di Franzina, i gemelli Grandolfo e gli altri ragazzini della strada di Brindisi avevano imparato la loro personale geografia, le disubbidienze, le bugie necessarie, le mille facce della paura, a vivere insomma”.
Con un grande rispetto per la tradizione Rosalba Conserva racconta senza nostalgia, in un romanzo meridionalista che ricorda alcuni libri di Alvaro, Silone, Tommaso Fiore, la povertà del tempo presente senza valori. Un tempo che ha completamente cancellato la piccola storia corale della grande civiltà contadina.

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