Scrittori in Puglia

29/05/2007
Il Sud, impressione geografica, di Elio Paoloni
 
Scrittori forestieri in Puglia. Non è una consuetudine: il Grand Tour ha quasi sempre dribblato le Puglie e gli scrittori continuano a ignorare beati geografia e pensieri apuli. Ottima iniziativa, perciò, questa del Grinzane: è importante vedere il tuo paese con gli occhi degli altri, ma dai tanti ospiti «comuni», inattendibili per ovvi motivi di cortesia e spesso superficiali per mancanza di strumenti, non ricavi molto.
Corro subito a leggermi il pezzo di Björn Larsson, il velista lento, che aborre le generalizzazioni, teme le inesattezze, non ama abusare delle classificazioni. Da bravo nordico resta ben distaccato, tanto distaccato che sembra non esserci neppure stato, qui: non ricorda nulla, non saprebbe dire cosa ha visto, forse non ha visto nulla. È comprensibile: «A un certo punto la mente si confonde, non ci si può ricordare di tutto». Ma appunti, no? Noi deboli di mente dobbiamo concentrarci, ripercorrere la giornata. Qualsiasi cosa gli facciano vedere, lo svedese si comporta come il romanaccio becero di un vecchio sketch di Verdone che tornando da un tour su Marte sputacchia: «Amo visto de mejo». Della passatella, o legge, un «passatempo» complesso, dalle regole ferree ma aleatorie, talmente ricco di simbolismi, sottintesi e dissimulazioni che uno scrittore francese ci ha intitolato un libro, si limita a dichiararsi disgustato. Cecità degli organizzatori, credo: lo hanno alloggiato a terra. Dovevamo sistemarlo in una barca, in qualche porto, e fargli raggiungere le località da altri porti. Lui si eccita così.
Lo svedese fonda il suo contributo su un’acuta annotazione: «L’albero della vita in Puglia dovrebbe chiamarsi albero delle identità». Si riferisce al mosaico della cattedrale di Otranto, l’unica cosa che lo ha colpito davvero (più che altro lo ha colpito Don Grazio che glielo ha mostrato). Già, Larsson mette il dito nella piaga del campanilismo (che è di tutta Italia…). «Ogni volta che mi presentano uno sconosciuto mi viene precisata l’origine, come se essere nati in tal luogo fosse determinante per la sua identità, il modo di essere, le convinzioni e i sogni». Larsson è preoccupato dal rigurgito delle identità, che vede come atti ostili. Così, per diverse pagine, parla della sua (adottata) identità celtica: quella non è preoccupante perché trasversale. Larsson rivendica «il diritto del cuore»: bisognerebbe saper adottare altre identità. Ma per farlo bisogna che esistano. Che si siano formate, che siano state tramandate. Che qualcuno le ami. Se non hai presente la tua identità «di nascita» non puoi neanche apprezzarne e «sceglierne» altre. Del resto lui stesso loda la capacità di accoglienza nei confronti degli stranieri.
L’impostazione di Larsson vuol essere socio-politica: tocca grandi temi, la globalizzazione, l’islamismo, la mafia, ma la molla, a ben vedere, è lo scontro caratteriale tra nomadi e sedentari. Ci sono persone (privilegiate quasi sempre, e non solo per censo) che vogliono perdere la propria identità, diluirla nell’acqua salata dei mari o vaporizzarla nei deserti, e altri che non amano spogliarsene. Ne La saggezza del mare Larsson aveva scritto: «Se si vogliono incontrare essere umani bisogna andare a cercare tra chi è in viaggio». Neppure Chatwin si era sognato di spogliare i sedentari della qualifica di esseri umani. Lo svedese vive in un mondo trasversale, senza confini né identità. Però è un po’ piccato perché nessuno gli chiede niente del paese suo: «Caratteristica dei sedentari che amano il proprio paese senza guardare oltre la punta del proprio naso». Vero. ma se anche fossero stati pieni di curiosità questi benedetti ospiti, potrebbero aver ritenuto indelicato un interrogatorio: avranno pensato che il loro dovere fosse quello di creare le condizioni per una full immersion, di illustrare all’ospite tutto l’illustrabile. Un ospite normale si sbottona di riflesso («noi a Firenze il bollito lo si fa così») creando così le condizioni per una conversazione.
Alla fine Larsson si lascia andare a qualche complimento ma prima che ci montiamo la testa fa un elenco di posti, anche italiani, che sono i suoi luoghi geografici prediletti. Né ci lascia sperare che un giorno potrebbe camaleonticamente assumere personalità salentina così come assunse una volta quella francese, lodato da una insegnante stupida sono solo «dalla padronanza della lingua ma anche della gestualità, dell’inclinazione della voce e dell’aspetto in genere». Ma i francesi non solo il popolo sciovinista per definizione?
Forse con i nordici non c’è feeling. Eppure Vladislav Otrošenko ci è incredibilmente vicino. Sarà perché anche il sud della Russia è stato crogiolo di stirpi diversissime, sarà perché da piccolo è stato morso da una delle tarantole cui dava la caccia con i suoi compagni e ha così ballato «la tarantella della steppa», Otrošenko è proprio uno di noi: «Il meridionale ha nostalgia del sud anche quando si trova in un paese molto più a sud del proprio». Il terrone russo esordisce analizzando lo smarrimento che lo aveva colto a Bassano del Grappa: «Sembrava che il mio compasso interiore fosse impazzito». Abituato, lavorando a Mosca, a situare nel sud geografico il suo Sud, non riusciva a immaginare, guardando le vette alpine, che le steppe meridionali potessero trovarsi a nord di quelle, e aveva dovuto cercarsi un luogo alternativo verso cui indirizzare lo sguardo: la fuga di alcuni binari visti da un ponte. In Puglia è stato diverso: si è reso conto che avvicinandosi ai confini meridionali di qualsiasi paese lo spazio «si dilata sempre di più». anche se la pianura padana è più simile alla pianura russa, è sulla A 14 che Otrošenko ha visto allargarsi il cerchio dell’orizzonte, estendersi la cupola del cielo, e farsi sconfinata la superficie terrestre. Colpisce che dia di Taranto una descrizione che rispecchia quella gaddiana degli anni ’50 (gioia della chiarità marina). Avrà ispirato un vento spazzafumi.
Passo alle pagine di uno scrittore latino, praticamente italiano, Mempo Giardinelli, che se ne è uscito con una tragica storia d’amore collegata all’incendio del Petruzzelli. Non ci basavano Maria Corti e Roberto Cotroneo a imbastire romanzacci improbabili ambientati nelle Puglie, ci voleva anche l’argentino. Molto meno sciatto del racconto di Giardinelli è quello di Andreas Stàikos, che ha soggiornato nel Brindisino e compone una favola suggestiva su degli affreschi. La storia è ambientata a Cisternino ma col cambio di un paio di toponimi potrebbe essere facilmente riadattata in una qualsiasi località dell’Europa del ’600.
Infine Alfredo Conde, un galiziano che la vista ce l’ha e la esercita. Gode della bella follia del sincretismo edilizio, immagina gli abitanti della Valle d’Itria «muniti di un compasso e quartabuono, in piedi tra due colonne che hanno nomi propri»: costruire Alberobello ha dovuto rappresentare un’inequivocabile esperienza dello spirito e certamente lo è il contemplarlo. Forse nessun ospite gli ha chiesto delle costruzioni galiziane ma è lui a paragonarle alla masseria (più diafana e più simile a un palazzo del pazo).
Venendo da un paese che attribuisce molta importanza alla lingua, Conde osserva che «chilometri e chilometri quadrati di case di pietra perfettamente conservate» sono molto più di una importante letteratura senza lettori: «se i professori universitari si decidessero a investire in una forma di vita e in una forma estetica concreta e nostra?». I trulli gli hanno provocato inquietudine, smarrimento. Poi, salendo sul tetto di uno di essi e passando a un altro crede di comprendere, ma più che comprendere avverte: la sensazione di volare. E il senso del volo, del tuffo, lo riprende a Polignano dov’è nato «l’autore di Volare» (grazie a una pittrice vietnamita che dipingeva «alla Chagall», Conde conosceva già il Santo volatore, San Giuseppe da Copertino). Saranno i venti: quelli galiziani non trasmettono la voglia di volare: non è come «quest’aria che viene e che va, facendo impazzire o rasserenare la gente, levandola al cielo o incrostandola contro una terra che brulica di trulli rotondi come preghiere».
Conde ha la curiosità dei veri viaggiatori: si occupa della deludente conferenza di un Rubbia ganimede («quest’erede diretto di Galileo» che strappa l’applauso infilando riferimenti alla globalizzazione e agli hamburger) ma anche dell’indole degli asini. Sente la grande differenza tra un toponimo edulcorato, Locorotondo, e il corrispettivo uCurduum, «che annuncia il tuono», e a Ostuni non nota solo la pantomima degli ulivi ma anche il «maggiore attaccamento alla terra» dei cipressi. E poi scopre «il mare visto dal mare». Aveva sempre pensato che solo la terra «gli suggerisce un senso e lo adorna di una bellezza di cui il mare di per sé è carente» e qui si imbatte nella bellezza intrinseca del mare: la diafanità, il colore, la trasparenza. Da che parte guardava Larsson, il mio lupo di mare, quando lo hanno portato al Ciolo e ha saputo soltanto notare che del fiordo non ha diritto neanche al nome? Il gallego ci identifica con la figura del marinaio, il mozzo entusiasta e avventato che si contrappone al prototipo tutto atlantico del vecchio capitano, «barba folta e giacchetta azzurro mare, voce roca e sguardo pigro».

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