Tilde Pomes, Se non resta che il diluvio

04/02/2016

Sicché questa è la scuola, eh?, di Sara Minervini
 

Sicché questa è la scuola, eh?

La domanda, come diceva qualcuno, si presenta spontaneamente dopo avere letto la frase conclusiva di Se non resta che il Diluvio, ultimo romanzo della scrittrice pugliese Tilde Pomes (Manni Editore).

È il primo settembre, e come ogni primo settembre che si rispetti va in scena il Consiglio d’Istituto che inaugura l’anno scolastico dell’I.T.C. Borgia, «un cubo di cemento e ruggine color fiori di lunaria e rosa fosforescente». Ecco sì, va in scena. Letteralmente.

Perché la marcia in più di questo romanzo in 19 post è la formidabile capacità dell’autrice di coniugare classicismo e modernismo, tradizione e innovazione.

La misura è quella aristotelica dell’unità di luogo, tempo e azione ma il palcoscenico non è fatto di assi e quinte, bensì di monitor e tastiere: è l’avanguardistica idea del professor Miguel Favareto Landròn, insegnante di spagnolo: creare un gruppo segreto, anzi segretissimo, sul più famoso social network della nostra epoca, per scambiarsi opinioni sui colleghi, vecchi e nuovi, sull’assegnazione degli incarichi amministrativi e soprattutto sull’ineffabile dirigente scolastico, Aristide Diluvio.

In effetti un tornado più che un diluvio. Un ciclone, un uragano che imperversa sull’intera organizzazione dell’istituto, facendo sempre e solo il cattivo tempo, tuonando favori e pretendendo fulmini e saette dalla civiltà degli insegnanti. Che tanto civile non è, a onor del vero. Certi toni e certe maniere a tutto fanno pensare tranne che a una civiltà; a una barbarie, piuttosto, a un regresso dell’umanità al suo stato di incoscienza.

Ecco, allora, che Facebook diventa una inaspettata arca della salvezza per quei pochi che ancora vedono il proprio lavoro come un impegno: l’istruzione come formazione ed educazione dell’uomo e della donna che saranno, e non solo mero passaggio di conoscenze nozionistiche spesso fini a se stesse; uno specchio affatto distorcente e invece straordinariamente realista nel tratteggiare le dinamiche psicologiche dei personaggi

Dietro l’insegnante, tuttavia, c’è l’essere umano; c’è la carne viva, ci sono le ferite, il cuore e anche qualche altra cosa. Ci sono i sentimenti, in tutte le loro nuance in un certo senso anche un po’ carnascialesche; i vizi e le virtù, i desideri innocenti e quelli colpevoli: c’è, insomma, l’umanità che si dispiega in tutto il suo essere cosa fragile, da maneggiare con cautela. E sarà proprio Diluvio a confrontarcisi per primo.

Hybris, genos e dìke: qui i principi cardine della tragedia classica vanno a braccetto con l’effervescenza e la vivacità di una commedia dal ritmo vertiginoso e dallo stile brillante: un’intuizione narrativa degna di nota. La storia dell’uomo è sferica come il pianeta su cui domina. Cambiano le epoche, cambiano gli scenari ma alle leggi della natura umana non si potrà mai davvero sfuggire. Innovare senza tradire: è il compito della letteratura, del resto, ma anche della scuola. O meglio: sarebbe il compito della scuola attraverso la letteratura ma, come dimostra la Pomes con questo romanzo, la scuola, oggi, ha altro a cui pensare, tra bisticci, ambizioni e docenti persino meno preparati dei propri studenti.

Un testo originale e paradigmatico di questi tempi incerti e al bivio tra presente e futuro ma che pare vogliano, ad ogni costo, dimenticare il passato. Chissà perché, poi. Forse che il passato è ormai una lezione che non si vuole più insegnare?

Intanto Se non resta che il Diluvio consegna al lettore materiale a sufficienza su cui riflettere senza, al contempo, negare il giusto svago di una lettura: un cocktail che si beve, anzi si legge, tutto in un sorso. E che lascia in bocca il gusto frizzante di un’opera fresca e schietta, capace di scivolarci dentro lievemente come questa domanda: «Sicché, questa è la scuola, eh?».

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