Tilde Pomes, Se non resta che il diluvio

03/03/2016

La scuola del diluvio, di Maria Rosaria Chirulli 
 

La nuova prova letteraria della scrittrice pugliese è un disperato urlo di dolore per un’istituzione che, sia pur sotto i riflettori, resta in ombra: competitiva, spregiudicata, disumanizzante, spinge un gruppo di eroici docenti dalla testa pensante ad approdare su Facebook: una zona franca nella quale dar forma grottesca al dramma che nella scuola si consuma

Vincitrice del Premio Puglialibre con “Amore scarno” (2013), Tilde Pomes è tornata con un nuovo romanzo, “Se non resta che il diluvio”, edito sempre da Manni. L’autrice ha cambiato tema e pelle: realistico e drammatico il suo esordio, che aveva come fulcro della narrazione la violenza uomo/donna all’interno delle mura domestiche, surreale e tragicomica la nuova prova letteraria, che si avvale di un registro espressivo metaforico e di una tagliente ed amara ironia: un deciso urlo di dolore questa volta lanciato per la deriva dell’istituzione-scuola che, abbandonata la sua missione educativa, fa emergere tratti disumanizzanti e tutt’altro che rassicuranti. A Tilde Pomes abbiamo chiesto di parlarci del suo nuovo lavoro.
Da cosa nasce questo romanzo che potrebbe essere letto come un pamphlet sulla moribonda scuola?
«“Se non resta che il diluvio” trae origine da quella che è diventata la parte più in ombra del nostro Paese, la scuola. Di trame e imbrogli è fatto l’assurdo spettacolo a cui ogni personaggio del romanzo in 19 post assiste, tanto che preferiscono rifugiarsi nel gruppo di un social network, dopo aver partecipato al collegio dei docenti del primo settembre. Raccontata anche in modo satirico, ogni situazione esplode come una pistolettata e a spararla sono gli irriducibili del Borgia, Miguel, Agnello, Simona, Mariolina, che, lavorando in colleganza, hanno il “vizio” di pensare e si coalizzano contro chi attenta all’istituzione: Diluvio, dirigente sciagurato e irresponsabile. Infatti, quando a scuola si abbassa il sipario, i loro ingegni, rievocando il dramma, non mancano di un umorismo vero, non offensivo, anche se Diluvio e il suo staff si autocondannano al ridicolo».
Questa la cornice: quattro docenti dell’Istituto Borgia di Arcobello, decidono di dar vita ad un gruppo Facebook. Il romanzo si sviluppa per aggiornamenti di stato, 19 per la precisione. Cosa hai voluto esprimere con questa scelta?
«Lo Spagnolo dà vita al “Gruppo più inabbordabile di Fb” e invita altri colleghi ad aderirvi per raccontare, commentare, dopo sana riflessione, ognuno dal proprio punto di vista, la giornata tumultuosa appena vissuta, la prima dell’anno scolastico. L’amministratore esorta: “Ci si comporti da allegra brigata sfuggita alla peste scolastica: attraverso i post, i colleghi organizzino lo stare insieme, ragionino su personalità e fatti, siano critici e produttivi per una scuola dell’autonomia che necessita di persone capaci e preparate.”
Essere fratelli in rete contribuisce a scatenare un’energia che mette al bando il biblico Giobbe annidato in ciascuno di loro. Facebook costituisce un porto cui approdare perché prendano forma e si acquietino le forze tumultuose che coesistono in promiscuità, dopo lo scempio di cui, loro malgrado, sono stati protagonisti».
“ Se non resta che il diluvio” è il titolo allusivo alle sorti della scuola. Ma Diluvio, con la lettera maiuscola, è anche il dirigente scolastico. E che dirigente! Vuoi dire qualcosa su questo personaggio?
«“Il pesce puzza dalla testa” è un detto che nasce dalla costatazione che quando il pesce non è più fresco e inizia a marcire, la parte che si deteriora per prima è la testa. Nel caso del Borgia è Diluvio. La sua personalissima visione della vita si traduce in un operato che sta determinando la morte progressiva della scuola. Disinteressato alle relazioni umane, il bislacco dirigente scrive, giorno dopo giorno, una commedia grottesca che è il prodotto dell’incapacità di dividere il lavoro tra i suoi docenti, scelti e agevolati nei compiti assegnati in base alla prestanza fisica, al tornaconto personale, a relazioni di potere. Lo staff dirigenziale, dominato dall’indole degli eletti (vantatori, arroganti, bugiardi, ruffiani, parassiti), contribuisce alla deriva dell’istituzione. Pochi docenti, delusi e amareggiati, lottano in concorrenza e in alternanza contro la pedanteria ignorante del mondo in cui operano e che sentono ostile. Insomma Diluvio non opera pensando alla scuola e non fa scelte innovative da vero professionista».
Particolare cura hai riservato alla scelta dei nomi dei docenti del gruppo Facebook, e di quelli taggati e non nominati” ai quali assegni soprannomi come La Squinzia, La Pigliapoco, la Possamai, la Vissigatta e … Gegè Frega. Insomma ti sei divertita. Parlaci fuor di metafora di questo corpo docente.
«Sì, ho investito nei nomi e negli appellativi, alcuni ingiuriosi, altri scherzosi, affibbiati a tipi fissi che hanno reso possibile l’intreccio della tragicommedia. Insomma, Diluvio? In nomen omen. Coriandolo? Volteggia nell’aria leggero per poi annidarsi dove è difficile “ripulire”. Gegè Frega? Lo vedrete all’opera. La Squinzia? Vale ragazza giovane, carina che segue la moda … Vissigatta morirà topo!».
Molto diverso rispetto ad “ Amore scarno”gioca tanto sulla forma stilistica che rende ancora più tagliente il contenuto. A cosa è dovuta questa scelta espressiva?
«La composizione dei post, con ampie sequenze dialogate, è un montaggio del racconto degli effetti devastanti che la vicende del collegio dei docenti hanno sui suoi partecipanti. Questi, sedotti dal social, si abbandonano, con espressioni anche gergali e battute, a confidenze personali che, con i fatti narrati e interpretati, concorrono in base a logiche diverse, pur intrecciate tra loro, al coupe de théàtre finale. Sono il palcoscenico funzionale e versatile del social network e il desiderio di condivisione che hanno condizionato la scelta di un’espressione in armonia con il contenitore».
Facebook e scuola, quindi.
«La scuola considera Facebook una iattura che le rema contro, la condanna come intrattenimento diseducativo, perverso. Dal social, attraverso i profili di studenti e insegnanti, spesso emerge il disimpegno etico della scuola, senza rispetto o ignorante dei bisogni dell’utenza e tanto altro ancora. Per come procedono le cose in alcuni contesti scolastici, sembrerebbero due forme di teatro distinte e contrapposte. E se i fruitori di entrambe si rivoltassero loro contro per un autentico rinnovamento, come si propone il “Gruppo più inabbordabile di facebook” nel romanzo? A volte è meglio porsi delle domande che darsi delle risposte».
In quale personaggio si condensa meglio Tilde Pomes insegnante?
«Tilde Pomes all’inizio non c’era, ma quando ha sentito bisbigliare Mariolina de La Barca ha condiviso molte sue opinioni, ha avvertito lo stesso disagio per l’istituzione allo sbando. “Nulla nella scuola è mutato e nulla muterà mai” è la sua amara convinzione dettata da un’osservazione attenta della realtà scolastica che ha vissuto e dell’“individuo” in competizione in un contesto che, al contrario, esige collegialità, fattiva collaborazione sotto la guida di un dirigente formato per il suo ruolo. Una scuola bisognosa di mezzi e di personale qualificato, a partire dal vertice.
Tilde, l’insegnante, ne ha conosciuti pochi di simile fatta, ma il dirigente che da quest’anno si è insediato nella sua scuola fa ben sperare».
Per concludere: se quel che resta della scuola è il diluvio, quale arca potrà salvarla?
«Vorrei tanto credere nella Buona scuola, ma ritengo che sia già minata da un deleterio sentimento di competitività e da incomprensioni di varia natura. In realtà ogni insegnante, senza riserve, dovrebbe impegnarsi per il bene comune, e non coltivare l’orticello personale, dove spesso defluisce l’acqua del vicino».
Cosa ti aspetti da questo romanzo e perché non sarebbe male che i professori lo leggessero?
«Innanzitutto che il romanzo venga letto. Ogni tanto specchiarsi alla ricerca dei cambiamenti negativi per porvi rimedio fa benissimo. È un modo per non lasciarsi andare. Per rifondarsi».
 

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