Tu quando scadi?

15/01/2006

Ti danno un lavoro e già temi di perderlo, di Bepi Martellotta


Ti danno un lavoro e già temi di perderlo.
Scrive Vendola: «Muore il lavoro come civiltà, come coscienza, come solidarietà, come alleanza. Vive il lavoro come deserto per chi non ce l’ha e il lavoro come giungla per chi mentre lo afferra già teme di perderlo». Per questo, aggiunge, è importante raccontare la precarietà, «perché solo così possiamo intendere l’oscenità, la costituzionale violenza che la anima, l’ontologica sapienza di morte che la guida».
È l’era di San Precario: testimonianze vere o verosimili in Tu quando scadi?
Oh San Precario, proteggici tu! Cominciano con una preghiera, sarcastica quanto amara, le avventure (è proprio il caso di chiamarle così) raccontate dai diretti protagonisti dello splendido volume collettaneo Tu quando scadi? Un libro prezioso per tentare di capire la silenziosa rivoluzione che ha investito il mondo del lavoro negli ultimi anni, cambiando le prospettive di vita –come spiega il titolo– di chi entra ed esce continuamente dal mondo del lavoro e, di conseguenza, diventa flessibile sempre e comunque, non solo nei luoghi di lavoro.
I tredici racconti di vita, introdotti da una nota del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, hanno innanzitutto un pregio: sono scritti con grande e sorprendente capacità narrativa, sono cioè godibilissimi, ironici e amari, come solo la buona letteratura sa esserlo. E nella finzione, come nella realtà, descrivono un mondo che tutti, giovani e vecchi, attraversiamo senza riuscire mai a capire come e perché tutto questo sia potuto accadere.
Come è potuto accadere –è la domanda che sottende a quasi tutti i racconti– che la progressiva abolizione del «posto fisso» e del lavoro a tempo indeterminato e l’imperante dogma del lavoro flessibile e determinato (la precarietà, appunto) ci trasformasse tutti in persone che ogni giorno devono inventarsi, cambiare, programmare una nuova esistenza? E, soprattutto, come si fa a vivere continuamente appesi ad un filo, che ogni giorno senti può spezzarsi? Sia il «portatore sano di pizze», come si definisce uno degli autori, che il call-centerista interinale hanno una sola certezza, nel lavoro come nella vita: di essere perennemente in scadenza.
Cambia perfino il linguaggio, come scrive Dario Quarta, impiegato part-time in un’emittente salentina, che sfogliando il dizionario della sua mente alla lettera «A» non trova più la parola «Amore» ma «Arrabattarsi», verbo che più di altri descrive la vita del precario. Cambiano le stagioni della vita e quei periodi di luglio e agosto, che per tanti significano vacanze, per Valentina significano guerra contro tutti gli altri, i tantissimi precari come lei che vanno all’attacco delle discoteche di Rimini, dove ballare sui cubi è l’unica speranza di lavoro.
Massimo? Non ha mai visto in faccia il suo datore di lavoro, ma ha letto su un fax che le 96 ore sudate come «chainworker» (in pratica chi assiste i clienti in un grande magazzino) gli saranno pagate: quanto basta per vivere dieci volte sotto la soglia concessa dalla costosissima Milano. C’è perfino l’«invidiabile» lavoratore dipendente, ma il suo racconto non fa cambiare rotta: si può essere precari anche col posto fisso, se ad assumerti è una società «satellite» dell’azienda per cui lavori e dove, ogni giorno, c’è un dirigente che ti chiede «quando ti leverai dai c…?».
Due mesi, tre mesi, dodici settimane: via così, la vita scorre a «riciclo», reinventandosi in un nuovo contratto, per Chiara; mentre un anonimo racconta le sue giornate da stagista, passate sotto lo sguardo amorevole di una nonna che gli chiede quando riuscirà a trovare una «sistemazione».

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