Tu quando scadi?

01/01/2006

Il non-compiuto, di Stefano Donno


Non posso che ritenere un libro come questo, oggi più che mai, fondamentale, sia per le sue peculiarità strettamente contenutistiche, sia per lo scatto in avanti che fornisce a quanti si soffermano a riflettere in merito alle coordinate ermeneutiche date per comprendere la realtà del precariato. O forse sarebbe più opportuno dire dell’orizzonte della PRECARIETA’ in cui vengono ejectate le generazioni che lo subiscono. Al di là delle eventuali analisi semantiche del termine PRECARIETA’, emerge per tutto il volume un senso di non-compiuto, assolutamente da non riferirsi a delle mere valutazioni sullo stile della scrittura prodotta in questa sede, quanto ad una messa in scena a circuito chiuso di immagini, vicende di de-significazione totale, assoluta, selvaggia. Ci sarebbe insomma da spendere due parole in proposito… E’ talmente evidente che l’establishment glocale lavora indefessamente alla costruzione di una grammatica fenomenontologica dell’annichilazione del soggetto, della sua identità, dignità che si sprecherebbero riferimenti bibliografici, citazioni, aneddoti. E’ talmente evidente che le condizioni di esistenza abbiano raggiunto livelli quasi bestiali, che a qualcuno verrebbe in mente di rispolverare la categoria marxiana del lumpenproletariat (o sottoproletariato urbano) che in molti, in troppi forse, arriverebbero con forza a negare… La posta in gioco è veramente alta, e qualsiasi sforzo per far valere i propri diritti a 360°, per non essere un’immagine evanescente che fantasmaticamente si aggira per le vie della città, nei piccoli centri di periferia, sugli autobus, nei vagoni di un treno, giorno per giorno, può assumere la forza di una necessità impellente, inderogabile, categoricamente imperativa. Uno spettro si aggira per l’Europa (solo?). E’ lo spettro dell’uomo precario. Tu quando scadi? passa in rassegna una serie di operazioni narrative piuttosto familiari a quanti hanno avuto o hanno tutt’ora una certa dimestichezza con CO.CO.CO. (contratti di collaborazione coordinata e continuativa) ora contratti a progetto, contratti a tempo determinato, lavoro nero, sottopagato, voragine risucchia energia, buco nero del tempo e dello spazio dove scompare, inghiottita, ogni volontà del riappropriarsi di sé. Leggiamo ad esempio a pag. 24 : “ Contratto di collaborazione coordinata e continuativa, bella la dicitura, non c’è che dire, sostanziosa e pure un po’ rassicurante, letteralmente, quanto scarna contrattualmente. Tanto irrilevante che quando tentai un acquisto a rate di un impianto hi-fi e di un computer, il negoziante (per quanto amico) alla mia busta paga preferì la cedola della pensione minima di una vecchia zia novantenne”. Certamente come primo impatto questo libro potrebbe far sorgere l’impressione nel lettore, che si tratti di un pluriloquio di desaparecidos, dominati e stritolati dal sistema produttivo, frutto di una condensazione di sistemi, da quello fordista al post-fordista a quello ipercapitalistico della produzione-consumo-morte, in una ripetizione ossessiva di frames di origine controllata, provenienti dall’avant-pop mercato dello spettacolo. In verità Tu quando scadi? è un canto di lotta, ironico e autoironico, composto da vicende raccontate come se ogni singolo componente affidasse le sue esperienze, emozioni, aspettative (?), sensazioni ad un blog giornaliero, tanto da renderne gradevole la lettura. Un canto che possiede tutta la forza di un lavoro antroposemiotico dirompente, dove la lotta per la sopravvivenza è una questione da resistenza sovietica. E così vengono passate in rassegna le “voci di dentro” della precarietà dove si mescolano i tasselli di vite sospese e frammentate, dove vengono narrati i cortocircuiti crescenti tra presente e futuro, dove si sonda quell’ombra di inquietudine che ha modificato insieme al mercato del lavoro, l’antropologia delle giovani generazioni. Ed ecco le storie di precariato vissute da una cubista sulla riviera romagnola (“28 anni nel mio mestiere sono tanti. Per fortuna so ballare davvero. E poi faccio palestra. Sto attenta alla dieta. Non bevo più alcolici. Anche questo è lavoro. Come cercare lavoro. Come mantenere buoni contatti con le agenzie, i proprietari delle discoteche, i dj. Il cubo non l’ho lasciato. Ma ho imparato un altro mestiere. Così riempio il vuoto invernale e i buchi estivi”, pag. 41); di un portatore sano di pizza nel capoluogo emiliano (“In genere mi piace osservare e prendere nota, godevo nell’intuire l’entità della mancia dallo stato dello stabile, dal numero e dal tipo dei cognomi sul campanello, e infine dall’arredamento delle case. Vivevo per le mance, che potevano valere fino alla metà del guadagno finale. Bestemmiavo quando vedevo sul foglietto il cognome di un cliente tradizionalmente tirchio, mentre godevo quando vedevo l’indirizzo di un filantropo manciofilo”, pag. 47); di uno steward dell’Alitalia alle prese con il cannibalico feed-back lavorativo (“Qualche volta c’ho provato ad applicare l’Italian Difference: sorriso da spot, voce calda, sguardo premuroso. Ma dopo un po’ mi viene da ridere. Così faccio il mio lavoro tranquillamente, senza eccessi: come sempre. E come sempre il mio orario si aggira tra le 10 e le 14 ore al giorno. Un arco di tempo che comprende le ore effettive di volo, i tempi di transito tra un volo e l’altro, ritardi per cattive condizioni meteorologiche o per problemi di natura tecnica. Dopo sette anni di questa solfa hai poco da essere empatico e coinvolgente. Ma bisogna ammettere che la compagnia qualcosa l’ha cambiata per davvero: la A iniziale del marchio Alitalia è stata inclinata”, pag. 68); sino alle lotte degli interinali Tim a Bologna, solo per citare alcuni esempi: L’impegno piuttosto gravoso che si assume questo libro sulle proprie spalle, sta nel voler indicare o meglio provare a tracciare una prima strada da percorrere, con la consapevolezza che si tratta di un libro: ripensare i paradigmi della produzione scritturale, poetica, letteraria aumentando l’impiego di risorse critiche. Quindi a partire proprio dall’aspetto culturale. Secondo elemento interessante è da valutare in termini più aderenti al lavoro politico, che lo stesso Nichi Vendola esprime nell’introduzione al volume, come si legge a pag. 7: “Ecco, la sinistra ha dieci anni di tempo per provare a usare la politica come la cosa più semplice a farsi: quella che cambia il destino, il percorso, il futuro di quel diciottenne e a un’intera generazione di precarizzati”. Certamente anziché lasciarsi impensierire da un lavoro come Tu quando scadi? si potrebbe dirigere l’attenzione su questioni, come dire più leggere, del tipo la sirena Partenope, il sangue di San Gennaro, la devozione, le anime del Purgatorio, il gioco del lotto, il munaciello, lo iettatore, Nicole Kidman nello spot della Chanel, le offerte Sky, il sudoku e chi più ne ha più ne metta. Ma compratelo, è una questione di coscienza, quella da avere, quella buona, quella civile.

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