Tu quando scadi?

07/02/2006

Un libro necessario, di Alessio Degli Incerti


“Se non stai attaccato coi denti ai tuoi diritti, non ne hai. Ma se lo fai, ti torturano. Ti sbattono in cassa all’infinito, come hanno fatto con me e Cesari e come fanno soprattutto con le donne, oppure ti rifiutano i permessi che hai chiesto, oppure ti portano nel retrobottega in tre o quattro e ti fanno un bel discorsetto… finché non ne puoi più e ti licenzi. E loro prendono uno più disperato di te, che rusca e sta zitto, perché ci ha i figli da mandare a scuola e il mutuo da pagare."
Fanno così, come farebbero i mafiosi.
Tu quando scadi? è il sarcastico, amaro titolo di un libro che raccoglie i racconti di un gruppo di lavoratori precari. Mai libro fu più attuale. La realtà del precariato è presentata in tutte le sue sfaccettature, un universo di paradossi e assurdità in cui l’unica vittoria possibile è la sopravvivenza. Lavoro in nero, Co.Co.Co, Co.Co.Pro, agenzie interinali, flessibilità, contratti promessi e contratti fantasma: in questi scritti ci viene presentata una galleria di personaggi e situazioni in cui chiunque non farà fatica a riconoscersi. Attenzione, però! Non ci sono lacrime o martiri che si immolano, bensì persone che affrontano la dura e infame (ir)realtà del lavoro di oggi con l’ironia necessaria per non soccombere definitivamente. Lavoro dunque sono: questo il grido (l’epitaffio?) che gli scritti lanciano.
Dopo l’esilarante prologo dell’Orazione a San Precario, si inizia con il divertente, acutissimo studio morfologico e terminologico di Dario Quarta dal titolo Di-lemmi del precario; si passa a Mauro Scarpa e al suo surreale, divertentissimo Dialogo semiserio tra un pedagogista, un geometra e un alieno, per ritrovarsi di colpo al tappeto con Il Segreto della cubista, di Valentina, che arriva come un pugno allo stomaco. Le peripezie e il lavoro notturno della cubista sulla riviera romagnola sono descritti con lucido disincanto, mettendo in evidenza tutto lo squallore che si cela dietro le luci della notte.
Se dovessi scegliere il racconto migliore, o meglio, quello più incisivo e illuminante, di sicuro opterei per Portatore sano di pizza, di Antonio Sansonetti. Le disgraziate avventure del portapizza di un locale di Bologna vengono narrate con ironia feroce e un gusto notevole per la scrittura. L’amarezza che sottende queste pagine fa emergere un microcosmo in cui la lotta per la sopravvivenza diviene brutale e abbrutisce sia la vittima che il carnefice, il quale il più delle volte rimane un’entità malefica e invisibile, come un virus impossibile da debellare.
Weekend con il chainworker, di Massimo, è senz’altro uno dei racconti più alienanti del libro. L’avvilente esperienza come commesso alla catena commerciale MON di Vimercate è descritta riproducendone il monotono e frustrante ritmo lavorativo. I colloqui fittizi, lo sfruttamento della manodopera ben oltre l’orario consentito, l’assenza completa di qualsivoglia tutela o diritto sul piano legale emergono da queste pagine come fantasmi diurni che pullulano nella vita di ogni lavoratore precario. Precario perché sempre sull’orlo della disperazione, della depressione, del precipizio, come dimostra    La Rinotracheite di Palmiro, di Dario Goffredo, racconto estremamente interessante che parte dall’acquisto di un tappeto per dipanare una serie incredibile di vicissitudini legate all’impossibilità di acquistare a rate l’oggetto desiderato.
“È questo il punto, la condizione di lavoratore precario e flessibile rende totalmente incapaci di incazzarsi, di farsi rispettare. Quello che ci hanno tolto è la forza contrattuale, la capacità di organizzarci e di fare numero. La paura di perdere un posto di lavoro che si spera un giorno diventerà fisso, la paura di condizioni contrattuali ancora più debilitanti, di pause sempre più lunghe tra un contratto e l’altro, ci spinge a ingoiare bocconi amari e duri da digerire. La gastrite è il più leggero dei mali che affliggono i precari italiani e l’insonnia è sempre più diffusa.”
Una rispettabile azienda, di un lavoratore dell’Erremoscia, descrive un quadro lucido e senza moralismi della lotta che deve intraprendere e sostenere un dipendente allorché decide di non abbassare la testa, di non piegarsi di fronte alle umiliazioni e alle vigliacche offese del suo direttore. La rivendicazione dei propri diritti diviene una feroce battaglia non solo per dare ancora un senso alla parola contratto, ma soprattutto per non perdere una delle componenti umane più importanti e svilite degli ultimi anni: la dignità.
“Sapete, voi quando fate la spesa non ve ne accorgete, ma la cassa è una tortura. Esistono anche dei rapporti che dicono che lavorare troppo in cassa è rischioso per la salute, oltre ad essere una cosa alienante, da pazzi. Per questo mi ci hanno sbattutto, anche se il mio contratto è diverso. Perché ho rotto troppo i coglioni, e non riescono a sbarazzarsi di me.”
Un altro valore che questo libro riesce a porre in evidenza è il tempo: tempo per pensare alla propria vita, per riflettere su noi stessi, sulle persone che ci circondano. Il tempo che la schiavitù del precariato ti ruba per renderlo un concetto privo di significato, vuoto; vuoto come è vuota l’esistenza dell’assistente di volo dell’Alitalia in That Italian Difference, costretto a turni massacranti e a notti squallide trascorse in anonime camere d’albergo. Tempo per pensare non ce n’è più, e la vocazione all’insegnamento, come quella dell’io narrante, finisce tristemente nel dimenticatoio.
“Il tempo viene preso troppo poco in considerazione. Il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo, non ha prezzo il tempo e non lo puoi risparmiare, mettere da parte, usarlo quando ne hai più bisogno. E’ una cosa ben strana il tempo.”
Tu quando scadi?, il racconto di Chiara Greco da cui prende giustamente il titolo questa raccolta, è l’odissea kafkiana di una lavoratrice che, dopo aver vinto un concorso pubblico per la formazione di una graduatoria di “personale straordinario”, vede la sua gioventù svolgersi tra contratti perennemente rinnovati e interrotti ogni sei mesi, in un’altalena di profonde e devastanti incertezze in cui l’unico barlume di gioia è rappresentato dal fatto di amare il proprio lavoro, anche a costo di vederlo costantemente, beffardamente parcellizzato.
A dimostrare quanto il lavoro precario riguardi in modo drammatico anche persone appartenenti a fasce di età avanzate, c’è Precari a 50 anni, di Laura, che testimonia quanto sia difficile barcamenarsi con uno stipendio maturato in uno dei molteplici call center che hanno invaso da diversi anni il mercato del lavoro.
Io, praticante (con buona pace di Asimov spero), di Luca Monetti, mette a confronto l’illusoria, apparente serenità di un giovane praticante in uno studio legale con l’incertezza cronica che assilla il lavoratore precario. Risultato: anche lo speranzoso praticante ha tutto il diritto, secondo l’avvocato presso il quale lavora, di… non essere pagato!
PrecariO, di uno che non vuol dire chi è se no non trova lavoro, ironizza amaramente sulla lunga trafila dello stagista, perso nella vana ricerca di un contratto di lavoro che mai arriva, nonostante laureecentodieci e master mostruosi: come un novello Sisifo il protagonista è costretto a rotolare da uno stage all’altro, sempre daccapo e sempre con un miraggio chiamato occupazione.
Il libro si conclude con Le virtù della rivolta. Potere e contropotere nelle lotte degli interinali TIM di Bologna, testimonianza raccolta da Patrizio Paolinelli. Quest’ultimo scritto rappresenta la parte probabilmente più dura del libro, il resoconto lucido e scarno delle battaglie condotte dagli interinali TIM per rivendicare i propri diritti calpestati da un’azienda che manifesta il suo potere attraverso un’invisibilità subdola e aggressiva nei confronti dei propri sottoposti.
Ritengo Tu quando scadi? un libro estremamente importante, oserei dire necessario, visto e considerato il dramma che ogni lavoratore atipico vive sulla propria pelle giorno per giorno. Più che la resa stilistica o la pregnanza narrativa, ciò che conta è il valore di questi scritti, la loro forza comunicativa, il grido, l’allarme che essi lanciano, magari stemperando la tragedia attraverso un’ironia feroce. Ma, è risaputo, si comincia a combattere il proprio nemico avendo la forza di irriderlo. In fondo, si ride di se stessi e dell’assurda realtà in cui siamo costretti a vivere.

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