Tu quando scadi?

19/02/2006

19/02/2006 - Liberazione
Singole voci di lavoratori invisibili unite insieme con un unico scopo: raccontare la realtà,
di Claudia Russo
 
Mettiamo da parte Berlusconi e Prodi, la destra e la sinistra.
Facciamo finta di non essere bombardati dagli slogan e dalle false promesse di una difficile campagna elettorale e proviamo a leggere Tu quando scadi?, racconti di precari di ogni età, sesso e condizione. Facciamo uscire la politica dalla porta ma…attenti! Potrebbe rientrare dalla finestra e avere i volti arrabbiati e coraggiosi di Annamaria, Domenico, Federica, Francesco. Tutti diversi. Tutti Co.Pro.
La prima parte della raccolta (Editore Manni, pp.150, euro11) è dedicata, con il dovuto “sfacciato rispetto”, a vita, opere e miracoli di un Santo global e post-mortem: San Precario. A pagina 21 iniziano le storie: tredici in tutto. Pezzi agili e veloci giocati sul filo dell’ironia isterica e della rabbia repressa. Scritti, vissuti e sofferti in prima persona con nomi, cognomi, vie e città. Tratte da siti internet o del tutto inedite, a parlarci sono le esperienze concrete di Laura che ha 50 anni ma non un lavoro stabile; Brunazzi che decide di non adattarsi e rischia tutto; Valentina che capisce che oggi non basta esser bella ma bisogna essere bellissima; Luca che si arrende e preferisce tornare a studiare gratis piuttosto che lavorare gratis; l’assistente di volo Alitalia che “non sapevo proprio cosa fosse la malinconia prima di diventare uno stagionale”…
Alcune testimonianze, come quella degli interinali Tim di Bologna, raccontano le tappe di una battaglia estenuante per il riconoscimento dei diritti di tutti i lavoratori, siano essi determinati, indeterminati, Co.Co.Co. Non una rivoluzione dello status quo quindi, ma semplicemente il suo riconoscimento nei fatti, nella vita, nelle speranze di lavoratori privi di sindacati, di tutele, di forza d’aggregazione. Questo emerge dai racconti! E se Mauro Scarpa ci prova con la fantascienza e fa incontrare in spiaggia un geometra, un pedagogista e un alieno, al call center, in azienda, in redazione, allo studio legale e persino in pizzeria, la parola d’ordine per i giovani impiegati è: incertezza solitaria.
L’incertezza si traduce nell’impossibilità di acquistare un tappeto perché non si è socialmente affidabili e non si offre con la propria collaborazione a progetto nessuna garanzia (ne parla con sarcasmo misto ad amarezza Dario Goffredo ne La rinotracheite di Palmiro). Si consolida a bordo di uno scooter senza freni per le strade cittadine (Portatore sano di pizza di Antonio Sansonetti). Si concretizza nell’attesa snervante del rinnovo di un “impegno” trimestrale che non si fa in tempo a firmare che già è scaduto. Che già “sei scaduto!”.
La solitudine, invece, nasce dalla continua negazione del diritto alla comunicazione diretta, alla chiarezza in fatto di divisione dei compiti, alla fiducia nel gruppo o nell’azienda che si rappresenta, alla cultura come arma di protesta.
Spaventati, frammentati, angosciati. “Ma tu continui a dare e a sperare…l’unica cosa che non riesci a fare è progettare” dice Chiara Greco nel racconto che presta il nome all’intera raccolta.
Strano, viene da pensare. Eppure l’odiosa sigla Co.Pro, versione d’avanguardia rispetto all’antica Co.Co.Co., significa proprio “collaborazione a progetto”! Cioè basata sulla capacità di guardare al di là del proprio naso ipotizzando un futuro. Il nostro.
Il progetto è espressione di vitalità e di libertà. Di unità rispetto alla parcellizzazione e alla dispersione delle energie. Il progetto è ciò che costruiamo giorno dopo giorno lottando contro il tempo spezzato e negato, ossessione e incubo del precario.
I protagonisti di questa insolita ma necessaria iniziativa editoriale hanno innescato un processo che è insieme letterario e politico. Letterario perché squisitamente farcito dello stile fresco e asciutto degli autori e perché le storie raccontate sono emotivamente coinvolgenti e basate sulla facilità di immedesimazione del lettore, politico perché il solo fatto di sentire l’urgenza della denuncia e dell’uscita allo scoperto dimostrano non solo la gravità del problema, ma soprattutto la volontà di non arrendervisi.
La sinistra ha dieci anni di tempo per provare ad usare la politica come “la cosa semplice difficile a farsi”: quella cioè che cambia il destino, il percorso, il futuro, a quel diciottenne e a un’intera generazione di precarizzati. E’ con questa promessa politica, che per la mia generazione è una speranza-pratica, che il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola introduce la raccolta.
E se, come ha scritto non molto tempo fa Aldo Nove, “raccontare il lavoro è un lavoro”, allora bisogna riconoscere che questi precari hanno lavorato tanto e bene: con rabbia, mortificazione, dolore e delusione. Con altissimo senso morale e civile. Perché gli invisibili non sono famosi né ricchi né potenti. Ma sanno osservare, parlare, denunciare. Sanno che quando il tutto è in frantumi l’unica speranza è ricomporre i pezzi e tenerli uniti. Per non cadere. Per non scadere. 

01/03/2006 - Coolclub.it
Il precario-star all'olio di oliva, di Antonio Sansonetti

1 febbraio 2006: si può dire che il mio ingresso nel mondo della televisione coincida con il mio ingresso nella prima classe dell'Eurostar. E' un'emozione anche quella.  Sono su un Milano Roma, seduto in un vagone che trasporta la classe dirigente del mio paese. Per darmi un contegno, mi sono messo il vestito di capodanno. Ci provo. Passa il carrello dei giornali, mi fotto Repubblica, Corriere, Foglio e Sole 24ore. Con l'avidità del parvenue gusto le mie letture gratuite. E' tanta roba. Arrivo. Scendo dal treno, alla fine del mio binario c'è un uomo con quell'eleganza tipica del mondo degli autisti che regge un cartello patinato con su scritto: MAURIZIO COSTANZO SHOW.
Me presento (dopo 0,2 minuti a Roma parlo già romano). Superamo le panchine dove ce stanno li zingari der servizzio bborseggio e arrivamo alla piazzola der servizzio taxi. Non ho esitazioni a salire sul retro della Lancia Libra, cosciente del mio ruol0 istituzionale. Teatro Parioli. Entro circospetto sotto la scritta INGRESSO ARTISTI; ce stanno un popo' de sbirri; un inserviente me chiede: e tu cchissei? Cazzo, sono Tony Ruc...ehm Antonio Sansonetti, fateme largo, devo entrà ner monno dello spettacolo. Certo, s'accomodasse.
Dove sta er cammerino, chiedo a una fica invereconda che risponde al nome che non ve lo dico se no m'aa fregate. De qua, signor Sansonetti, ma prima me deve da firmà trecentosettanta libberatorie si no nun se fa nulla. Firmo. Senta siamo in anticipo, che vuole magnà? (ore 12). Che ffai, me cojoni? Nun m'hai visto? Vojo sempre magnà, speciarmente a scrocco, che già ho capito come funziona er monno qua... e mi ritrovo dolcemente seduto nel ristorante da Fauro, in via Fauro, quella dell'attentato a Costanzo. Mentre combatto la fame del mondo divorando tonnarelli alla complicamose la vita, una signora nordica (oltre Brindisi ndr) si siede dietro al mio tavolo lamentandosi della trasmissione che è andata bene ma Morelli voleva sempre parlare lui. Poi nell'altra sala inizia a gracchiare la voce di Tonon, che parla di quanto è bella e piena la sua nuova vita co le guardie der corpo de Costanzo.
Torno ar Parioli; dietro le quinte se aggitano Demo Morselli, Laura Freddi e n'artra che ho visto alla tv quarche notte (Chiara Gamberale, a ri ndr). Io per parte mia nun sto a capì un cazzo, me sembra de stà ar circo e quanno me porteno addrentro ar camerino sbrilluccicante  de Costanzio  Maurizzio allora veramente  nun me sento più le gambe, me sento come Pinocchio davanti a Mangiafuoco, etc.  Lui per parte sua che questa è n'artra giornata der cazzo come tutte l'artre, me borbotta: Pamponeppi, benvenuto... lei debe rappomparci la pua ptoria, mi rappomamdo, prapap patap. E vabbè. Me spazzolano la giacca, me microfonano e sono il primo in pista. Mi siedo su una poltroncina bianca bloccata pe' nno fa li stronzi che la telecammera te deve da inquadrà. Davanti ciò la platea der Parioli vuota, accanto se siedono e se presentano nell'ordine Raffaello Tonon, Laura Freddi, Chiara Gamberale e un nerd co la scrima che sarebbe er ggiovane presidente della provincia di Firenze in quota democristi appetalati.
"Demo attacca la sigla". Pronti, via e Pottampio me presenta pe' pprimo e  mostra la copertina der libbro (Tu, quando scadi? ndr vol. 3) alle telecammere, ché tutti e 39 gli spettatori der diggitale terestre possano vedè. Ma io all'inizio c'ho quer panico che ti prenne gìa quanno devi fare una presentazzione allo Zei co 20 persone e le telecammere de Telerama, figuriammoci si tte lascia solo ar Teatro Parioli in Roma. Er fregnone democristo domina la scena colla sicumera tipica dei politici e delle facce da culo in genere: ha portato una genialata di libro dal titolo Fra De Gasperi e gli U2, che parlerebbe der problema de li ggiovani nerd degli anni felpati che se vojono avvicinà alla politica senza staccare le cuffie dar Walkman. Ma poi siccome er tema de la puntata è li trentenni e i sordi, e tutti gli ospiti tranne er sottoscritto sono sfonnati de sordi senza aver mai fatto un cazzo, allora superPrecario viene fuori alla distanza fino a monopolizzà la scena: parla de li trecento lavoretti demmerda che ha fatto, de la ggente che è pieno così che nun cià un cazzo de sordi e amenità filosocialpopolari der gennere. Allora Pottanzio quasi se commove ricordandose quanno era ggiovane e nun c'aveva nna lira e nemmanco la moje cammionista. Allora Pottanzio me dice: lei troverà sempre lavoro, e cor penziero me gratto forte forte laddove l'omo commincia e finischeno le puttanate.

18/05/2006 - Gazzetta del Mezzogiorno
Dalla Puglia i narratori mille euro al mese, di Bepi Martellotta

Puglia e precarietà. Non è solo la lettera a tenerle insieme se, come dimostra la vasta letteratura degli ultimi mesi, una nuova generazione di scrittori ha deciso di affidare al racconto e al saggio la propria «vendetta» nei confronti di un mondo assai difficile da narrare: l’infernale ingresso nel lavoro.
Un mondo questo che, finiti i tempi della classe operaia e del «padrone», ha inventato nuove barriere, quelle tra chi ha ancora un posto a tempo indeterminato e chi – tanti, tantissimi – è stato inghiottito negli acronimi di un nuovo «pianeta»: che sia co.co.pro. o co.co.co., poco cambia nei contratti dei «milleuristi», i tanti giovani cioè che «campano» con mille euro al mese. Per loro, oltre ai pochi soldi in tasca, l’unica immutabile certezza è di essere a tempo.
Lo racconta perfino un blog internet, aperto di recente e che in soli tre mesi ha raccolto quasi 24mila contatti.«Generazione mille euro» è, infatti, il primo «reality book» distribuito gratuitamente on line e, da questo mese, anche in libreria. Gli autori, Claudio, Rossella, Alessio e Matteo hanno deciso di raccontarsi, di mettere a nudo le amare verità della loro vita da «milleuristi». La loro è subito diventata la storia emblematica di quei 3-4 milioni (difficile fare statistiche per l’esiguità dei periodi lavorativi) di giovani e meno giovani che emigrano, vivono in affitto, cercano un posto e appena l’hanno trovato sanno di averlo già perso.
Per restare alle statistiche, è un’indagine di «AlmaLaurea» del 2005 a dirci che i tanti laureati italiani al lavoro, prima o poi, ci vanno, ma con stipendi da fame: per i dottori del 2004 il guadagno mensile netto sfiora i 1.000 euro, con una netta «forbice» tra chi trova occupazione al Sud rispetto ai colleghi del Nord.
Ma torniamo in Puglia. Cha sia ingresso in fabbrica come metalmeccanico-stagista o che sia prima esperienza nei «servizi» (apparterrebbero a questa categoria, in base alle statistiche, i tantissimi call-centeristi), il mondo descritto dai giovani scrittori pugliesi è un girone infernale. Francesco Dezio, talentuoso narratore nato, come lui stesso scrive, nella città del pane e dei salotti, con Nicola Rubino è entrato in fabbrica ha raccontato in forma autobiografica com’è diventata la «tuta blu» di una volta nei tempi moderni della precarietà. Usando «slang» tipici del barese e caratterizzando con grande acume gli strani, impazziti personaggi delle nuove fabbriche (dal manager meschino al sindacalista super-protetto), la sua implacabile penna ci racconta l’evoluzione dello stagista-precario a vita. Come un cane in fase di addestramento, obbedisce nella prospettiva di uno stipendio e produce saliva perché affamato. «Ma lo stipendio non glielo danno. O gliene danno troppo poco e quello non basta mai. Continua a sbavare – scrive – come un dannato con la lingua di fuori». Per questo, dopo l’addestramento, la sua fame (e il suo zelo produttivo) potrà solo aumentare.
Il cane pavloviano di Dezio diventa moderno bohémien, emigrato dalla Sicilia a Roma per tentare fortuna, in Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati, 29enne di Martina Franca. Dalla fabbrica al call-center, la visione del mondo si fa ancora più cupa, passata la «sbornia» dei felici, insostenibili, leggeri anni ’90. «Ora c’è un’aria tesissima, in ufficio. Gli anni Novanta sono un degradato feticcio in fiamme, sono un bellissimo sogno dilaniato da una sveglia mostruosa. Oggi tutto è un ciglio di burrone», scrive Desiati, affidando a un amore travolgente la possibile salvezza dall’eterna precarietà.
Ed è ancora pugliese, con una prefazione del governatore Nichi Vendola, la bellissima raccolta di racconti Tu quando scadi?, ma questa volta la cifra del lavoro collettaneo è tutta sull’ironia, dall’invocazione di San Precario al «portatore sano di pizza»: espedienti, piccoli stenti e una sana, cinica ironia nei confronti di quel lavoro (e delle «certezze» che comporta) sempre anelato e mai raggiunto. «La precarietà non è più una stagione a cavallo tra adolescenza e maturità – scrive Vendola –, ma diventa l’intero orizzonte del vivere, del lavorare, dell’amare, del mangiare, del soffrire, del morire». Invèntati un mestiere, urlano gli slogan del nuovo mondo spalancato ai precari e Andrea Bajani, romano, nel suo Mi spezzo ma non m’impiego racconta le vetrine delle agenzie di collocamento, ormai indistinguibili da quelle di viaggio, e il mondo (assai poco «luccicante») delle lap-danceriste e delle ma.pro (mamme a progetto), delle donne e degli uomini ai quali non è concesso progettare più nulla.
Distaccato è, invece, lo sguardo di Aldo Nove, noto scrittore del Nord che ha deciso di abbandonare la forma della prosa (e forse aumentare l’impietosità del racconto) in una serie di interviste a giovani precari. Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese... è una sorta di docudrama dove l’analisi del mondo (nelle brevi introduzioni alle interviste) viene puntualmente superata dalla follia della realtà. «Una volta c’erano gli operai. Ovviamente ci sono ancora. Ma non come “classe”». Immaginata, mitizzata nel corso degli anni, di quel mondo ci sono rimaste le macerie. «L’ultimo grande film – scrive Nove – su questa deviazione della storia, La classe operaia va in paradiso, in paradiso ci ha accompagnati davvero».

01/02/2006 - XL - La Repubblica
Racconti di vita precaria, di Filippo La Porta

Massimo, richiamato per fare il commesso chiede se è stato assunto. Risposta: «Lei non è assunto da nessuno, lavorerà in ritenuta d'acconto». Uno stagista preferisce studiare gratis piuttosto che lavorare gratis...
Tante storie vere di cubiste e "portatori sani di pizza", interinali, superflui e indispensabili, lavoratori a contratto accomunati solo dal sapere che tra un po' arriverà la data della loro scadenza.

Cerca libro

News