Ugo Ronfani, Il vampiro e la fanciulla

23/08/2008

Il mio viaggio con Dracula, testimonial malinconico della vecchiaia assetata di vita, di Gian Marco Walch

Una storia nera che dalla Baraggia vercellese, terra di povericristi che aspettavano il sol dell’Avvenire con un bicchiere di Gattinara in mano, si allunga alla cupa Transilvania, patria di Dracula, il figlio del diavolo sempre assetato di sangue altrui. Passando per la Parigi nostalgica di grandeur e la Cambogia che dalla guerra fratricida è passata alla guerra all’innocenza. Complesso, a più piani, racconto godibile ma insieme incessante riflessione, Il vampiro e la fanciulla, il nuovo romanzo di Ugo Ronfani, già vicedirettore de “Il Giorno”, il settimo pubblicato da Manni.
Un libro difficilmente classificabile: romanzo? Thriller filosofico? Memoriale?
«Sì, per dirla con Eco, è un libro polisemico, con molti significati. Ma, al di là delle mascherature letterarie, è nato dalla mia necessità di fare il bilancio di una vita, di una generazione che ha vissuto la guerra, il dopoguerra, eccetera. Mi premeva tentare quel bilancio, anche con una sorta di malinconia: le cose immaginate a vent’anni si sono stemperate, sono sparite. È lì il nucleo del romanzo: la gioventù in cui si era creduto di fare non dico la rivoluzione ma almeno la giustizia sociale… una visione superata».
Una memoria vivifica.
«Il narratore, già al di fuori dei circuiti della vita, cerca di vivere di quanto è ancora giovane e vitale in lui. Ha difficoltà a uscire dall’esistenza. Anche se vive la situazione crepuscolare della vecchiaia. Come Dracula, che deve nutrirsi di sangue per essere un non morto».
Nel suo bilancio, che salva del Novecento?
«Il Novecento è stato il secolo breve dalle tante rivoluzioni. Non positivo, non esaltante. Un secolo di guerre, di conflitti. Sul piano letterario, tanti rinvii alla memoria, senza capacità d’immaginare il futuro. Ci siamo accorti che il futuro sognato è stato solo un’utopia. La storia non obbedisce alle intenzioni: come diceva Lenin, è una talpa che scava nel sottosuolo».
Un libro che può apparire religiosamente ambiguo.
«Credo nella religiosità degli umili. È l’uso strumentale della religione che il mio Flores, e io con lui, rifiuta. È il cattivo uso della religione che allontana dal senso della religione stessa».
Un libro colto, molto «francese».
«Inevitabile, sono debitore alla Francia della mia modesta formazione culturale. Margherite Duras era mia amica. Anche Julien Green. Anche Eugéne Ionesco, il più umano degli scrittori dell’assurdo».
Ronfani, che sta scrivendo ora?
«Ero convinto che Il vampiro e la fanciulla sarebbe stato il mio ultimo libro, ma mentivo a me stesso. Infatti fra poco uscirà un mio saggio di teatro dedicato a Walter Manfrè: sulla necessità di stabilire, tramite l’attore, un rapporto fra autore e spettatore. E poi sono a buon punto con dodici racconti dedicati tutti alle donne: il madrigale di un ottuagenario».

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