Ugo Ronfani, Memoriale delle caverne

01/04/2006

Vi racconto perché scoppierà la terza guerra mondiale


Con questa intervista all’Autore Odissea anticipa il contenuto e le intenzioni di Memoriale della caverne, sesto romanzo di Ugo Ronfani, che sta per andare in libreria per i tipi della Manni Editori di Lecce. È un romanzo composito, nel quale alla narrazione del singolare destino del protagonista s’intrecciano riflessione sul tempo, la storia, le guerre e le utopie di un’umanità che vive (e, nella finzione anticipatrice, vivrà) secondo le regole di una cyber-democrazia. Un doppio registro narrativo –il diario scritto da vecchio dal protagonista e i commenti intercalati dall’Autore– porta avanti una riflessione globale sul nostro tempo, proiezioni future comprese. Un lettore esperto ha colto nella tessitura del romanzo lo sperimentalismo riformatore delle Dispute di Marivaux e, più evidenti ed attuali, le tracce dei risentimenti politico-sociali di Orwell, in 1984 soprattutto, e delle parabole narrative dell’ultimo Saramago e di Vassalli. Non sono esenti dalle pagine di Ronfani –hanno detto altri lettori del manoscritto– il gioco dei paradossi e le invenzioni dell’ironia. C’è un prima, nel romanzo, ambientato nell’alta Valle Cannobina, antico attracco di mercenari scozzesi, terra di notturni contrabbandieri di tabacco, e luogo di scontri armati alla fine della seconda guerra mondiale. E c’è un dopo che, proiettato nei primi decenni del nuovo millennio, si svolge nel cuore di una Confederazione Elvetica diventata, orwellianamente appunto, la capitale virtuale di un Occidente demo-cyber-globale, con i suoi “astratti” centri di potere nella nebulosa informatica dove confluiscono economia politica, cultura. Luoghi, l’uno e l’altro che appartengono al paesaggio delle memorie e delle idee dell’Europa fra il secondo conflitto mondiale, la guerra fredda, il crollo dell’ideologie, il domino del nucleare e del tecnologico. All’inizio del racconto siamo nel’44 e due fanciulli –Pietro Forster e la cugina Neda– trovano rifugio nelle caverne del Limidario, tra la Val Cannobina e la Svizzera, con la complicità della nonna, in odore di stregoneria, tenutaria della locanda di Gurro che i nazifascisti hanno incendiato durante in rastrellamento. Soli, isolati dal mondo, i due ragazzi regrediscono in una preistoria fittizia –che il memoriale evoca– ignorando fino all’età adulta la fine del conflitto. Quando la morte di Neda e del bambino che portava in grembo spinge Pietro a lasciare disperato il rifugio sulla montagna e a riparare sul versante svizzero del Limidario, è un “uomo delle caverne” che le guardie raccolgono esamine. Il selvaggio del Limidario diventa oggetto di studio della new anthropology, nella villa della Baronata di Locarno che fu nell’Ottocento il falansterio anarchico di Bakunin e Cafiero viene “rieducato alla civiltà”. Fino a diventare uno dei membri influenti dell’intellighentia della nuova cyber società. Ed è qui, in un precipitare di eventi (compreso un terzo conflitto mondiale nelle aree lontane del Pacifico, vissuto dall’Occidente come una fiction mediatica e conclusosi con un inerte compromesso pacifista fra capi religiosi ed esponenti delle multinazionali), in un confluire di segni premonitori, nella persistenza della memoria dell’infanzia che Pietro Forster si scopre prigioniero di una poststoria non dissimile dalla preistoria vissuta nelle caverne del Limidario: ciò lo spinge ad abbandonare le nuove caverne della civiltà cibernetica per cercare gli elementari assoluti dalla condizione umana, cancellati dalla fiction della civiltà. In una ritrovata, ostinata voglia di vivere. (A.G)


Odissea: il suo nuovo romanzo, Memoriale delle caverne, comincia nel’44, quando la guerra risale dal Lago Maggiore alla Valle Cannobina, e termina verso il 2030. Dopo –facciamo gli scongiuri– una terza guerra mondiale. Eccola convertito alla fiction, anzi alla fantapolitica.


Ronfani: Cosa ci resta, in effetti, per comunicare attraverso la scrittura? La televisione e il cinema hanno fatto evaporare la narrativa nella fiction; il pensiero debole del post-idelogico sta facendo della politica un mutevole gioco delle ipotesi. L’ibrido narrativo del mio romanzo sta al gioco, mescola la realtà e la finzione, proietta in un futur prossimo venturo pensieri ed inquietudini che stiamo vivendo fingendo di un rendercene conto. Ma anche il passato sfugge alla memoria reale; i due fanciulli che si nascondono nelle caverne del Limidario dopo che i soldati tedeschi hanno incendiato la locanda dove ha trovato la morte la loro nonna debbono compiere, per sopravvivere, un viaggio fantastico e periglioso nella preistoria. La guerra li costringe a regredire alle condizioni di fanciulli della caverne:poco più che un assioma nelle circostanze. Ma da questa preistoria fittizia si tende l’arco lungo della storia: fino alla poststoria prossima ventura. Quella che abbiamo cominciato a vivere senza accorgercene.


O: Per dimostrare che cosa?


R: Nulla, se non un’evidenza che però ancora ci sfugge. Che non l’uomo cambia, nei secoli dei secoli, ma le sovrastrutture di tempo e di luogo in cui deve vivere. La sua natura, invece, resta inalterata, o quasi, in questo “quasi” c’è, inavvertibile, il processo evoluzionistico di Darwin di cui tanto si è tornato a parlare. Fra la scimmia darwiniana che diventa homo erectus e l’uomo cibernetico del terzo millennio la differenza è minima, imponderabile. È la teoria che sostiene il professor Wiechart, adepto della new anthropology, il quale si prende cura di Pietro Forster una volta che è cominciato il suo “recupero” dopo la fuga dal Limidario, diventa suo maestro e confidente, fa del buon selvaggio destinato ad essere un’eccentricità mediatica –del Calibano di scespiriana memoria se si preferisce– un individuo integrato nella cyber società elvetica e in seguito un uomo colto che non sfigura fra gli spiriti eletti dell’Accademia della Baronata di Locarno. Dove l’ex-cavernicolo vive e testimonia, appunto, che un uomo delle caverne può adattarsi benissimo alle condizioni di vita dell’era cibernetica. Il mondo è vertiginosamente cambiato ma l’uomo, che marcia alla conquista dello spazio, è rimasto allo stato naturale delle origini. La scommessa scientifica del professor Wiechart è questa.


O: La mutazione antropologica, che poi non è tale, del protagonista avviene nell’ambiente desueto della villa della Baronata, che ci ricorda le pagine del Diavolo a Pontelungo di Bacchelli. Perché?


R: Per me, più di una citazione letteraria. La Baronata, dove vissero Bakunin, Cafiero e gli anarchici rivoluzionari dell’Ottocento, è diventato il museo delle idee e delle utopie del passato, e nello stesso tempo l’alibi di una sottocultura mediatica che tende ad azzerare la memoria storica, che vive soltanto nell’effimero del presente affermando che “il tempo è stanco”, ma che fa ancora fatica ad ammettere che alle spalle, di quello che è stato, non è rimasto nulla. Alla Baronata Il Capitale, le carte delle rivoluzioni impossibili e le barbe dei profeti dell’anarchia coesistono con i computer che tessono la grande rete delle relazioni informatiche, con i filosofi e i capi religiosi che si danno da fare per inventare la neosofistica di una coesistenza super o piuttosto sub-ideologica, governata dal Supremo Ordinatore della nuova società cibernetica, e con gli scienziati come il professor Warwick che studia l’impianto nell’uomo di neurochip per produrre l’umanità cyborg. L’ex-cavernicolo Pietro Forster si nutre, alla Baronata, di queste ambiguità, tra il museo della memoria e le anticipazioni sull’intelligenza artificiale, il supercomputer, l’umanità cybor. Fino a diventare, in vecchiaia, membro benemerito della Accademia della Baronata.


O: Con Piena soddisfazione del suo maestro, il professor Wiechart.


R: Sì, ma senza riuscire ad impedire che la borgesiana Biblioteca della Baronata, dove ha trascorso gli anni della sua “riconversione alla civiltà, diventasse la sua nuova caverna, rinnovasse l’isolamento di quando nella Valle Cannobina era rimasto estraneo alle vicende della mondo. Senza questa estraneità persistente, che diventa malessere esistenziale (tanto che il decano della Società di Psicanalisi Mark Altemus vorrebbe sopprimere in lui i ricordi del tempo del Limidario somministrandogli la molecola dell’oblìo derivata dal propanonolo e sperimentata in America sui reduci del Vietnam), senza questa variabile della teoria del professor Wiechart non ci sarebbe il romanzo. L’epilogo è in una seconda fuga, regressiva, dalla “caverna cibernetica” in cui Pietro Forster si è trovato irrimediabilmente rinchiuso.


O: Direi che in tutto questo incombe l’ombra del Grande Fratello di Orwell.


R. Assolutamente sì. Sono debitore ad Orwell –non quello strumentalizzato di Animal Farm, ma quello ben più visionario di Nineteen Eighty-Four– di una coscienza del pericolo dell’alienazione nell’universo del potere tecnologico. Molti scrittori ben più importanti di me lo sono: Saramago quando scrive il Saggio sulla lucidità, giallo politico sulla crisi della democrazia, o Vassalli lungo un percorso che dall’amara metafora avveniristica di 3012 l’ha portato a scrivere i racconti di La morte di Marx per denunciare l’inconsistenza e l’inutilità dei rituali democratici dell’Occidente. Pietro Forster è un Winston Smith che non deve più sottostare alle crudeli angherie del Grande Fratello come in 1984 ma che deve annaspare in una palude di conformistica adesione ai disegni del Grande Ordinatore Universale, che “sublimano” in una logica superiore, astratta e indiscutibile gli interessi dei poteri forti in cambio, alla fine, di un grigio benessere diffuso e di un “pacifismo della rassegnazione” che, all’ombra delle armi nucleari e batteriologiche, trova comodo ignorare gli squilibrii, le contraddizioni, i conflitti che si manifestano nella”parte buia” del mondo. Quella del sottosviluppo, cancellata nella coscienza dell’Occidente mentre, attenzione, nel buio del Terzo e del Quarto Mondo si legge ancora Marx ma ci si impadronisce –ed è il fatto nuovo– delle tecnologie e degli assetti economici che sono state finora le armi segrete della superiorità occidentale.


O: Nel romanzo Pietro Forster deve assistere allo scoppio e allo svolgimento di una terza guerra mondiale. È dunque questa ignoranza di ciò che sta accadendo nella “parte buia del mondo” la causa scatenante del conflitto?


R: Premesso, naturalmente, che questo conflitto resta, nella finzione del romanzo, un’eventualità scaramantica, rispondo di sì: l’ignoranza dell’Occidente verso quello che accade nel Terzo e Quarto Mondo, l’incapacità di correggere il proprio interessato, egoistico egocentrismo per trovare invece che nuovi equilibri planetari sono oggi il fiammifero acceso nell’incoscienza più completa accanto alla dinamite di un conflitto. Credo che non si possano nutrire dubbi in proposito: il terrorismo, i kamikaze, il fanatismo musulmano riesploso dopo le vignette sacrileghe su Allah e l’inadeguatezza delle nostre risposte militari in luogo della mediazione diplomatica, nel nome di una “crociata democratica” ahinoi di facciata, tutto questo conferma che la situazione sta diventando incendiaria. Ma all’incombenza, purtroppo, di una causa scatenante del conflitto dobbiamo aggiungere i veleni di uno stato di violenza diffusa all’interno stesso della nostra società, prima ancora che nei rapporti fra i nuovi blocchi mondiali. Penso a quanto hanno scritto dei militari con cinesi in un loro libro, Unrestricted Warfare, che per ora possiamo leggere soltanto nella traduzione francese, col titolo La guerre sans limites, perché nessuno ha ancora pensato ad una versione italiana. Qiao Liang e Wang Xiangpui, gli autori (che quasi certamente non conoscono Hobbes…) sostengono che lo stato di guerra virtuale è oggi diffuso più che in passato, permea i rapporti fra individui e stati e sta diventando, con epicentri nelle affollate, convulse metropoli, una condizione permanente delle società tecnologicamente complesse. “Qualunque cosa oggi può essere un’arma! dicono gli autori, “combatteremo guerre sconosciute su campi di battaglia sconosciuti, contro nemici sconosciuti”. L’ex cavernicolo Pietro Forster avverte queste insidie diffuse, gli scricchiolii di un sistema planetario apparentemente sotto controllo da parte del Grande Ordinatore. Nessuno, nel nuovo falansterio della Baronata glielo ha insegnato ma elisi rende conto istintivamente che là dove, nel prevalere del neo-illuminismo cibernetico, si rompe l’armonia fra l’uomo e la natura, fra l’uomo e l’uomo, fra la memoria e il futuro, un’armonia planetaria è impossibile. Quando avverte che l’amicizia che lo legava a Cristiane Volpius, una donna generale, non avrebbe mai potuto evolvere, dato il contesto, verso un rapporto amoroso, capisce che deve lasciare la nuova caverna della civilissima cyber-società.


O: È tuttavia consolante sapere, attraverso il romanzo, che dopo la terza guerra mondiale si raggiunge il compromesso di ragione di una “pace fredda”, nella coesistenza dei sistemi economici, delle fedi religiose, del magma culturale mediatico.


R: È consolante e provvisorio. Un pacifismo che come lo struzzo con la testa nella sabbia continua a non vedere i disordini del mondo. Qualcuno incendia, una notte la Baronata, come i nazisti avevano incendiato la locanda dei fanciulli delle caverne. La fatica di Sisifo, Hobbes, i fantasmi di nuovi nemici sconosciuti come in Unrestricted Warfare. Ma si poteva chiedere di più ad un semplice romanzo?

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