Ugo Ronfani, Memoriale delle caverne

29/06/2006

Ronfani, canti e storie di ordinaria inquietudine, di Gian Marco Walch

 
«Dolce e intenso»: così monsignor Ravasi ha salutato il Canzoniere per la sposa perduta. Mentre Sebastiano Vassalli ha definito il Memoriale delle caverne un «conte philosophique dalle pagine straordinarie». Sono gli ultimi due libri, i primo (Aragno editore) una compatta raccolta poetica, il secondo (Manni) un impegnato romanzo, di Ugo Ronfani, scrittore, poeta, critico teatrale, già vice direttore del Giorno. Due libri che stanno mietendo premi: ultimo, il prestigioso «Città di Bari per la narrativa».
 
Ronfani, due libri in apparenza molto diversi. Quale ha comportato più fatica?
«Poesia e narrativa comportano impegni molto differenti. Ma nascono entrambi da un gioco della memoria, per il Canzoniere il vissuto coniugale, per il Memoriale il vissuto politico-sociale».
 
Doloroso, comporre il Canzoniere?
«Un libro intimo ma non doloroso. Necessario: e non c’è dolore nella necessità. Una cerimonia degli addii: un modo per prolungare una presenza venuta a mancare. La testimonianza di una fedeltà».
 
Memoriale: facile il gioco dei riferimenti…
«Un critico ha ricordato Marivaux. Ma io sono più sicuramente debitore all’Orwell di 1984, soprattutto là dove si espongono le inquietudini, i rischi e i limiti di una società demo-cyber-globale: la Confederazione Elvetica, ma solo perchè per me è la sintesi dell’Occidente contemporaneo».
 
La trama, allegorica, in breve?
«Il protagonista, ex fanciullo delle caverne ‘recuperato’ alla civiltà, si trova in una nuova baconiana caverna che è il vuoto esistenziale di questa società. La ‘rieducazione’ avviene a Locarno, nella villa della Baronata, dove si davano convegno gli anarchici dell’800: nel romanzo un luogo vuoto della memoria che la nuova società ha quasi completamente perduto e dove intervengono pesantemente le nuove tecnologie e le nuove scienze. C’è una figura, il professor Wiechart, che sostiene qualcosa di cui sono assolutamente convinto: l’uomo non evolve nella sua natura nei secoli dei secoli, invece cambiano le sovrastrutture della società senza che si modifichino se non in minima parte la natura dell’uomo e si suoi rapporti con il mondo».
 
Una visione positiva o negativa?
«Come chiedere a Orwell se la spinta a scrivere 1984 era pessimista al limite del nichilismo: evidentemente no. La mia speranza è che si consideri il Memoriale ‘scaramanticamente apocalittico’. Compresa la parte che riferisce di una terza guerra mondiale, vissuta come una fiction dall’Occidente mitridatizzato dai media. Sono convinto, con Kraus, che la terza guerra mondiale è già in atto: si sviluppa ogni giorno attraverso gli squilibri della società, in forme non solo militari. Forse il mio Memoriale è la riproposta di corta veduta di un neo-umanesimo. Ma da un romanzo in fondo non si può pretendere di più».
 

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