Valeria Alinovi, Nevespina

01/02/2005

Auschwitz e dintorni, di Elisabetta Bonucci


[...] "Fantasmi dentro camicioni grigi, infeltriti. Con la pelle incrostata dal tempo. Se ne stanno ognuno per proprio conto, rattrappiti rannicchiati contro i muri accartocciati a terra, feti senza vita mani nei capelli, testa fra le gambe come un pezzo estraneo un dondolare su giù su giù." Stavolta si tratta di un'Auschwitz diversa, un lager durato un secolo, con uomini, donne, bambibni anche, abbandonati per decenni, rinchiusi, affamati, torturati, cavie di rivoltanti esperimenti, morti ammazzati, suicidi: è questo il lager di un'istituzione pubblica, prima e anche dopo la famosa legge Basaglia che ne dispose la chiusura. In un maniciomio di Napoli è ambientata la storia di Laura. La giovane donna ai bordi della follia dopo uno shock da terremoto, lotta con tutte le sue forze aiutata dall'amore di un medico per non finire nella fossa dove si agitano impotenti le dolorose figure di malati non curati, di vittime innocenti, di poveri, di indifesi, di semplici dimenticati. La realtà manicomiale è colta al momento del suo smantellamento, quando si cerca per gli internati una sistemazione liberatoria che poteva essere trovata tanto, tanto tempo prima, ma alla quale nessuno voleva lavorare: "E' pericoloso apriore varchi nel muro dell'abitudine." Il discorso interiore di Laura, prima sconnesso, poi, mano a mano che esce dal delirio, più chiaro, si intreccia alle vicende dei ricoverati: Tonino, Virginia, Assunta, Salvatore, uno che non parlava mai e solo quando viene dimesso pronuncia chiaramente le sue prime parole: "Sono 42 anni, dottore, che aspetto questo momento."

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