Vito Bruno, La rinascita del pesce palla

28/03/2014

Assaggio
 

Ehi, Billo, stura quel chilo di cerume dalle orecchie e ascolta: Nadal ti sta sul cazzo per una ragione molto semplice: perché vince. Sempre. Già di Roland Garros se n’è accaparrati otto, per non parlare di Wimbledon, degli Open degli Stati Uniti, eccetera, e, ginocchio permettendo, ha ancora 4, 5 anni buoni di carriera, quindi fa un piccolo confronto con te, che in vita tua non hai mai vinto una beata mazza. Ti pare fuori luogo ascrivere la tua antipatia a una sindrome universale denominata invidia? E poi lui quando vince almeno è contento, e lo dice, fa certi zompi che pare un canguro, e da quel corpaccione da statua del Foro Italico che si ritrova sprizza l’innocente felicità di un bambino che ha appena ricevuto in dono la bicicletta nuova. Mica come quello lì, coso, il più fighetto di tutti, quello coi boccoli ingrigiti ma sempre boccoluto che ha fatto carriera straparlando di musica e libri in tv; quello che ha riscritto l’Iliade di Omero, espungendo dall’Olimpo gli Dei che gli stanno sulle scatole; quello che s’è improvvisato perfino regista – una bazzecola per lui – per spiegare a noi boccaloni essere la Nona di Beethoven una immonda frescaccia; quello che, stanne certo, tra poco riscriverà Guerra e pace di Tolstoj perché non sopporta la pace o la guerra – dipende da come si alza la mattina – e ne verrà fuori finalmente la versione autentica Pace e pace o Guerra e guerra; quello che quando avrà un attimo di tempo riscriverà pure la Bibbia che il Verbo certe volte è un po’ rozzo e ignorante, di certo non vola alle sue altezze, e quando non è ispirato – il Verbo – spara cazzate a raffica e quindi merita qualche bella correzione dal virtuoso del sopracciò. Ecco, uno così in un altro paese l’avrebbero gentilmente accompagnato in una bella clinica in montagna a ossigenarsi il cervello e a trastullarsi a vita col suo copricapo da Napoleone e buonanotte. Da noi, invece, lo fanno maître à penser. E vabbè, pace. Ma fosse morta lì. Magari! Non vuoi che il nostro, che da bambino di sicuro non ha mai perso una partita al Monopoli; che pure al gioco della settimana sbancava senza fallo tutti i suoi amichetti, con le bimbe adoranti attorno a mangiarselo con gli occhi; che negli anni è salito su su, fino alle vette più alte e aureolate senza il più piccolo capitombolo e la minima sbucciatura, non vuoi che un giorno se ne esce con una frase che suona più o meno in questo modo: «Se devo guardare alla mia vita io non sono mai stato bene come quando ho perso». Così, giusto per rubare il pallone a quegli sfigati che l’hanno preso sempre in quel posto nella vita e aggiungerlo all’infinita collezione di trofei disposti attorno al suo granitico ego – oh, un po’ mortuario ’st’ego. Ecco, quando incontri uno così, uno che col suo sorrisetto alla vaniglia ti guarda negli occhi a te che non te n’è mai andata una dritta nella vita, a te che ti sei abbrutito nei fallimenti, a te che non ti parla neanche il tuo portinaio, ad avercelo, e ti dice, testuale, «Adoro la sconfitta», che gli fai? Ma almeno un… Oh oh, fermo lì. Signori si nasce e io lo nacqui, eccetera. E comunque, se questi sono i tipi che vanno per la maggiore, non sarà una gran botta di culo non aver pubblicato niente in tempi così grami e tristi? No, dimmelo tu, Billo!

Oh, non vuoi che dopo questa orazion picciola di non so quale parte di me guardo con una luce diversa il mancino di Manacor e godo persino quando strapazza per l’ennesima volta il cazzuto pallettaro Ferrer, da non confondere con Federer tanto amato da David Foster Wallace, lui sì, genio vero e assoluto, al pari del dio svizzero. E sullo slancio mi spingo a teorizzare la superiorità etica dello sport sulla letteratura, o almeno, su certa letteratura da strapazzo. E guardando il mio splendido televisore sopraffatto dai libri che salendo fino al soffitto tolgono aria e luce alla stanza, arrivo a una conclusione a cui mai pensavo un giorno di dover arrivare: far piazza pulita di tutti i miei libri.

Wow! Provo un moto d’entusiasmo inusuale in uno che si sta per suicidare, ma a pensarci bene c’è veramente poco da entusiasmarsi: quello che voglio è mettere al rogo chi è arrivato dove io mai: a pubblicare. Insomma, voglio stupidamente vendicarmi. Ecco, messa così la faccenda, m’ammoscio subito. Mi ritrovo imparentato coi nazisti, grandi cultori dei falò di libri – e va bene che sono celiniano, ma fino a un certo punto, solo stilisticamente diciamo. A me le camicie brune, dalla prima all’ultima, baffetto compreso, mi sono sempre state sui coglioni, l’incontrassi per strada farei come Mirko quando parla dei cattivi dei cartoni: «Li sbudello». E quindi devo cercare qualche altra ragione per fare un po’ di pulizia nella stanza… Ecco, ho trovato: sfoltisco questa foresta di libri, compro un divano-letto decente al posto di questa poltrona sfondata dove ho finito di disarticolare le mie ossa artritiche, sostituisco la mia vecchia scrivania piena di tarli con una più piccola e plastificata di Ikea, e giacché ci sono compro qualche altra cosetta – qualche mensola, qualche cesto per i giocattoli, qualche lenzuolo e coperta che finora siamo andati avanti con un mio vecchio sacco a pelo, eccetera – e faccio di questo buco una bella stanzetta per Mirko. Ottimo, se non fosse che questa casa, non appena vado al creatore, deve essere venduta per permettere alla mamma di spaparanzarsi nella sua senescenza a tempo indeterminato nei giardini di Villa Ingravescente aetate. Anzi, se quel porco e parco – spilorcio – di Quirino il vicino avesse la Wi Fi accesa a quest’ora avrei già scritto all’avvocato con la preghiera di non rubarmi più del necessario ora che sarò cadavere e mia madre una vecchia orfana di figlio, alla mercé di tutti i ladri.

E allora?

Passeggio per la stanza, cioè, faccio 2 passi 2 che di più non è possibile con i libri che incombono dappertutto e al quarto tentativo di passeggio – 8 passi in tutto, numero magico se ce n’è uno – arrivo alla conclusione più logica e naturale: sì, a Mirko lascio in eredità i miei libri – ma mica tutti, no, povero! Una biblioteca ragionata diciamo, i libri della mia vita, quelli veri e importanti, quelli amati sul serio, non posso correre il rischio di intossicarlo con robaccia più dannosa del veleno, il ragazzo. Sì, è una cazzata che bisogna leggere per leggere, non importa cosa: questo lo dice la pubblicità progresso pagata coi soldi di noi poveri contribuenti tartassati anche per fare gli interessi della cricca degli editori che pubblicano le schifezze più immonde pur di raggranellare quattrini. Eh, no signori miei, davanti a certi autori è meglio fare altro, qualsiasi cosa, anche solo una semplice e sana sega – giù la maschera, sull’argomento ho l’autorità per avere voce in capitolo – piuttosto che inzaccherarsi di merda. E non è come pensate voi, la storiella della volpe e l’uva, dove naturalmente la volpe sarei io e l’uva i libri: queste cose le scriverei anche se la mia opera omnia fosse pubblicata nei Meridiani di Mondadori. Non mi credete? Peggio per voi, vuol dire che non avete capito un’acca del sottoscritto, care le mie malelingue. E comunque non è il caso di accapigliarsi adesso per questioni che appartengono al mondo – da declinare per me ormai al passato. Io sto per raggiungere una condizione dove certi pettegolezzi non mi fanno più né caldo né freddo, finalmente approdo a una realtà seria, molto seria, oh, mamma mia quanto seria: già mi vengono i brividi.

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