Walter Pedullà, E lasciatemi divertire!

13/01/2007

Cose da ridere, di Walter Pedullà

Il saggio lungo e quello breve, il bilancio di un movimento politico (il Gruppo ’63), il racconto di una poetica (Palazzeschi), schede (da Pasolini a Bonaviri), l’introduzione di un romanzo (Campanile), il ritratto di Palazzeschi attraverso i titoli delle sue opere, la storia di uno scrittore attraverso una intervista “impossibile, ma vera”, articoli e recensioni di romanzi.
Sono i dieci modi possibili di fare critica che Walter Pedullà propone nel suo E lasciatemi divertire. Divagazioni su Palazzeschi e altre attualità (da lunedì 15 gennaio in libreria).
Nella seconda parte del volume, la critica letteraria «va fuori di sé e si confronta con la realtà»: tv, sanità, immortalità, energia atomica e alternativa, costume, mafia, Sud…
Dal volume anticipiamo il ritratto, L’apocalisse comica di Achille Campanile, lo scrittore di cui ricorre in questi giorni il trentesimo anniversario della scomparsa.
 
 
Achille Campanile è il figlio legittimo della risata del Dio che nel “Controdolore” di Palazzeschi si sganascia dinanzi allo spettacolo dissennato dell’umanità sottostante. È nato da un manifesto futurista? Da due: avendo egli avuto i natali anche nel manifesto del Teatro di Varietà, scritto dal primo dei futuristi, quel Filippo Tommaso Marinetti cui dobbiamo alcune previsioni demenziali che però poi si sono avverate. Figlio più celebre di Campanile è invece l’assurdo, del quale fu a lungo padre putativo Eugène Jonesco, che ora quasi tutti hanno dimenticato; al contrario di Campanile del quale tutti si sono ricordati, almeno nell’anno del centenario della nascita, così fecondo di ristampe delle sue opere.
Fama deperibile dunque quella del rumeno, mentre per merito di Campanile non è più tanto vero quanto sosteneva Savinio, secondo il quale il comico è deperibile: lo dimostrerebbe l’impossibilità di ridere per chi legge Plauto. Non discutiamo tale giudizio, tuttavia di un’altra cosa siamo certi: si può dubitare dell’immortalità dell’anima dell’uomo (messa assurdamente a confronto con gli asparagi nella raccolta più rinomata di racconti di Campanile, cioè Gli asparagi e l’immortalità dell’anima) ma non dell’eterna giovinezza della scrittura comica campanililiana. Bisogna infatti cercare nella commedia dell’arte per trovare una pari capacità di far ridere col nulla (ora l’iniziale è minuscola, solo alla fine sarà maiuscola).
Anche se ci teniamo sul profilo basso del discorso, questo almeno va detto: Campanile non riesce a prendere sul serio niente di quanto venga pensato, fatto, scritto e detto dai suoi simili. Lui non è simile a nessun altro uomo o scrittore? È vero, è unico, è come il dio di una religione monoteista, per esempio il cristianesimo, del quale non rideva mai, mentre invece era capace di deridere ogni altra religione, ideologia o corrente artistica. In verità egli non sapeva fare altro che ridere e far ridere. Fa ridere veramente pure la sua ideologia, latente o palese, per esempio il suo nazionalismo e persino il suo cattolicesimo. Vittima del proprio gioco, comunque non poteva prendere sul serio un’idea senza che gli venisse voglia di riderne. Chi apre bocca, lo sappia: o ride lui o ridono gli altri. Campanile preferisce essere lui a ridere degli altri e non il contrario.
Tuttavia è successo pure questo: per alcuni decenni la sua narrativa non ha fatto ridere nessuno. Ovviamente è assurdo che anche in tal caso si parli di “fortuna critica” ma Campanile rideva pure quando non era fortunato coi critici. Bastava che scrivessero e la sfortuna passava dalla loro parte. La massima fortuna è capitata a un polipo (tentacolare personaggio di un romanzo “marino” intitolato Agosto, moglie mia, non ti conosco), che pescato e percosso dieci volte al giorno, è stato ripescato definitivamente da Eco per dimostrare che Campanile va tirato fuori dalle acque torbide del comico più godereccio per essere sollevato all’altezza del più squisito umorismo.
Tale tesi può essere affondata da ogni critico al quale paia che si sia esagerato nel disprezzare, non quel polipo in particolare, ma la letteratura fondata sul riso, o, più precisamente e meno sostanziosamente, sul ridere. Così evitiamo un equivoco: che peraltro è, metaforicamente, un piatto che non manca mai nella cucina di Campanile. Né mancano i giochi di parole. Con le quali ha reso saporita l’umanità intera del passato (qualche nostalgia), del presente (qui sono e non mi faccio schiodare da nessuno) e del futuro (senza nostalgia del giovanile futurismo, acqua passata).
“In principio fu il Verbo.” Campanile però non dà molto tempo nemmeno alla parola divina: subito dopo scoppia la risata. Il verbo, l’infinito presente dei futuristi, è ridere, questo è l’imperativo sempre presente. Se la risata è assente, è inutile che leggiate i testi di Campanile. Pare che glielo abbia ordinato Dio in persona ovvero, metaforicamente, glielo impone il linguaggio (le parole non si illudano, è solo un gioco di specchi, mortale narcisismo di chi vuole afferrare una realtà sfuggente) della sua narrativa: quella struttura inconscia è cosa non meno misteriosa dell’Altissimo, quand’anche la si collocasse dove è e, come più in là scopriremo, all’origine, nel profondo dello scrittore.
Se Campanile ride su tutto, ci dev’essere qualcosa sotto (o dietro, a sentire chi ama la dietrologia, scienza insuperabile per numero di sciocchezze). Dite pure psicanalisi, religione non meno arcana del nostro tempo, della quale alcuni ridono senza che molti abbiano a ridire. Sia chiaro però almeno questo: sono sempre di più coloro che leggendo i racconti (specialmente Manuale di conversazione e Gli asparagi e l’immortalità dell’anima) e i romanzi (antologia del tutto personale: Agosto, moglie mia non ti conosco, Se la luna mi porta fortuna, Ma cos’è questo amore, Il povero Piero) di Campanile dicono che sono “la fine del mondo”. Si può dire senza ridere che la sua Apocalisse comica è spinta da più di quattro cavalli, come sanno i modernisti che preferiscono l’automobile alla Vittoria di Samotracia?
È una bella vittoria anche quella che Campanile in quanto autore comico si prese sia su Marinetti e persino su Palazzeschi. Né possono competere con lui alla pari in vis comica gli altri scrittori (Bontempelli, Savinio, Gadda, Zavattini, Brancati, Flaiano, Calvino, Landolfi, Frassineti, Arbasino, Malerba, Manganelli, Celati) che hanno con diverso grado di comicità –dalla parodia all’umorismo, dal sarcasmo allo sberleffo– seguito il consiglio del piccolo Dio fatto a somiglianza di Palazzeschi di non cedere al dolore e di sbellicarsi invece per le idiozie che gli uomini dicono ad ogni apertura di bocca.
Questi narratori dinanzi alle cui pagine si resta spesso a bocca aperta per lo stupore ammirato, sono tutti nipoti o nipotini di Flaubert, il collezionista di sciocchezze che fu genitore di Bouvard e Pecuchet? Ebbene, Campanile sì, anche lui si nutre, aggiornandosi, di tutte le scienze antiche e moderne, fisiche e umane ma lo fa per poterle ridicolizzare attraverso le loro stesse parole. Più cose si sanno, meglio è: abbiamo più occasioni per ridere.
Una prova eloquente della necessità inderogabile di farsi una cultura.

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