Walter Pedullà, E lasciatemi divertire!

23/01/2007
Così ritorno all’uomo di fumo, di Carlo Serafini
È uscito un nuovo libro di Walter Pedullà. Si intitola E lasciatemi divertire!, che, sottotitolato Divagazioni su Palazzeschi e altra attualità, è stato pubblicato da Manni. Stilos ha intervistato Pedullà, tornato a uno sorgivo amore palazzeschiano…
Dopo Quadrare il cerchio, edito da Donzelli, ecco un suo nuovo volume. Che significa il titolo?
Infatti è una citazione da Palazzeschi. Una sua poesia si intitola così, o quasi, cioè solo “Lasciatemi divertire”, come un suo verso. C’è dunque una e in più, ma nel libro c’è qualcosa di più che Palazzeschi, c’è qualcosa di mio, come se anch’io chiedessi il diritto al divertimento. Nomen omen: io mi sono divertito tanto a scriverlo e a riscriverlo, e spero che si diverta pure il lettore. Perciò dedico tanto tempo alla scrittura, per darle un tono che la renda allegra, aspiro insomma a un gioco che faccia sul serio. Gioco con le parole per farmi regalare idee.
Dunque un ritorno a Palazzeschi? Ricordo un suo libro, anch’esso ilare ma senza tristezza, intitolato Il ritorno dell’uomo di fumo, molto libera trascrizione e interpretazione raccontata del romanzo palazzeschiano, Il codice di Perelà.
Non direi ritorno se si intende dire che me ne sono qualche volta allontanato. Per me Palazzeschi è uno scrittore da cui non ci si può distaccare, quel suo fumo è sempre tra noi da quasi cento anni, ha la stessa materia del mito, disegno inafferrabile ma irremovibile. Si tratta invece di un ritorno nel senso che il nuovo libro riprende quel viaggio paradossale in un paese allegro e innocente e lo continua, specialmente nella sezione finale intitolata “Attualità del Controdolore”, come dire quanto è attuale il manifesto futurista di Palazzeschi sulla comicità.
Palazzeschi è davvero così importante che non se ne può fare a meno per capire il Novecento, un classico che non finisce mai di stare avanti agli altri?
È un grande poeta ed è un grande narratore, non quanto Svevo, Pirandello e Gadda, ma siamo nei paraggi. Siamo pure nelle vicinanze di Saba, Ungaretti e Montale. Palazzeschi tuttavia è soprattutto uno scrittore basilare per il Novecento. Se contiamo gli ismi con cui si sviluppa la storia della letteratura, egli è stato un predadaista, un protofuturista e un pioniere del surrealismo. Nelle sue poesie e nei suoi romanzi ci sono le origini del secolo appena finito. Viene prima, e molto gli debbono quelli che vengono dopo.
Ma Palazzeschi non è un poeta crepuscolare? Non è così che viene proposto da molti critici?
Quand’anche la sua malinconia fosse pure un po’ crepuscolare, ebbene egli non vale meno di Gozzano, nel quale peraltro si va sempre più sottolineando l’inconsapevole parentela con l’espressionismo, per via di quella sua miscela di colloquiale e di aulico. È diverso ma Palazzeschi è sempre diverso dagli altri, oltre che da se stesso, una continua metamorfosi dai leggendari suoi venti anni ai suoi miracolosi anni Ottanta. L’incendiario contiene la migliore poesia futurista. Palazzeschi in termini di qualità di risultati è il maggiore poeta e narratore futurista, anzi è la prova più convincente che col futurismo, e coi linguaggi delle avanguardie, si poteva fare poesia anche al di fuori dei manifesti.
Vedo che lei attribuisce un notevole ruolo al palazzeschiano manifesto del Controdolore.
È questo il più bello dei manifesti futuristi?
Non riesco a fare una graduatoria, coi manifesti campa Marinetti più di ogni altro, ma, dopo aver constatato che il testo di Palazzeschi è scintillante per intelligenza, estro, umorismo, non basterà limitarsi a prenderlo solo come un esempio di prosa in cui trionfano il paradosso e il grottesco. In quel manifesto si teorizza un tipo di comicità che avrà molti cultori d’eccezione. Là dentro cova uno dei due filoni principali del comico novecentesco.
E l’altro qual è? Debbo pensare all’alternativa baudelairiana fra comica significativa o voltariana e comicità assoluta o metafisica?
Ebbene, l’altro è umorismo teorizzato nel saggio e praticato in racconti e commedie da Pirandello, e dopo di lui da Gadda, Brancati, Landolfi, Flaiano, Pizzuto ecc. Ovviamente con tutte le differenze che questi narratori singolari si sono procurati di personale, con lo stile che li distingue.
Il filone che ha come modello “Il controdolore” è formato invece da Campanile e Zavattini, da coloro cioè che vengono chiamati nel volume «figli dell’uomo di fumo». È solo fumo dunque la fantasia di questi due scrittori che di sicuro non sono privi di solidità realistica?
Il secondo più del primo, che è creatore dell’assurdo novecentesco. In realtà il modello, più che nel manifesto, è nel romanzo, nel Codice di Perelà. Qui prende l’avvio una narrativa che sarà peculiare del Novecento, non solo Campanile, Corra e Zavattini, ma anche il primo Savinio e il secondo Bontempelli e così via fino alle neoavanguardie. Nessuno è più leggero di un uomo di fumo, Palazzeschi non ha inventato la leggerezza ma lui è stato il primo a optare per un modo di raccontare svuotato di peso psicologico e sociologico e insieme carico di significati polemici e alternativi. Sembra strano, ma la sua estraneità assoluta poteva piacere agli ermetici quanto un linguaggio simbolista e maledetto. Il suo modo di raccontare essenziale regge per intero la globalità; e la magrezza della sua prosa consuma il grasso in cui prima annegava il racconto verista. Quelle del primo Palazzeschi sono commedie in due battute. In due battute egli riassume il senso più oscuro di una società inguaribilmente filistea.
Non si esagera così l’influenza del primo Palazzeschi, magari ai danni dei lettori cui piace di più Sorelle Materassi, che molti giudicano il suo capolavoro?
È da quarant’anni, cioè dai tempi della neoavanguardia, che è resuscitato il poeta e il narratore della giovinezza futurista e sperimentatore. In quanto alle Sorelle Materassi, è un buffo pure Remo, che però è più in carne e più ossa di Perelà. Ecco: negli anni Trenta Palazzeschi ha messo su troppa carne (tutte le avanguardie peraltro passano da una giovinezza allampanata a una maturità obesa, lo fanno anche Savinio e Bontempelli), indugia a spiegare cose che una volta gli bastava accennare per fare corto circuito o «per fare centro fuori dal centro», come scrisse Debenedetti.
Anche lei suggerisce una circolarità palazzeschiana che rende strutturalmente simili il suo inizio e la sua fine. In cosa consiste?
Il doge del romanzo omonimo non ha più consistenza di un uomo di fumo, nessuno lo ha mai visto, e Stefanino non ha la testa sul collo bensì fra le gambe, la posto del sesso, che invece è ben visibile. Quasi una profezia del pensiero oggi dominante e molto appariscente. Palazzeschi è così infantile? Lo è perennemente, come dire che l’infanzia non passa mai.
Che c’entrano però con Palazzeschi narratori come Arbasino, Calvino, Malerba e Manganelli, ai quali è dedicato un capitolo del volume?
L’uomo di fumo non è proprio il loro padre, la parentela non fa un percorso meccanicistico, il dopo non è figlio del prima, ma i narratori sperimentali degli anni Sessanta e Settanta praticano la strategia di una comicità che, analogamente a quella di Palazzeschi, scarta dalla mediocrità verso l’alto estremo della metafisica o quello altrettanto basso della corporalità più oscena. Fate l’analisi del sangue al neodadaismo degli anni Sessanta e ci troverete un po’ di fumisteria palazzeschiana.
Nel volume ci sono recensioni, interviste impossibili, commenti a testi, saggi lunghi e brevi, ritratti d’autore, ogni tipo di critica accademica e di critica militante. Queste sono davvero alternative, come si dice?
Io faccio critica d’ogni genere, lunghezza, spessore, fisionomia, tecnica, linguaggio. Quando c’è da scrivere il saggio si faccia il saggio, se serve e basta una recensione, ben venga la recensione, ovviamente se è fatta bene. Io non credo alla morte della critica, e penso che sia ben viva la critica militante che dopo una crisi sa tornare viva, cioè che ha idee nuove ed esigenze culturali da imporre come obiettivi. Gli articoli dei giornali sono leggeri, molto leggeri, come l’uomo di fumo, ma debbono saper andar giù pesante sulla letteratura da non fare o protettivi con quella che si sta facendo bene. Come il racconto, la critica non morirà mai, specialmente se c’è un pizzico di ironia. Ovviamente va sempre in scena il mito della metamorfosi.
In effetti registro una metamorfosi anche in questo volume. Per due terzi si tratta di critica letteraria in varie forme, compresa quella a cui Lei ha preso gusto: il ritratto d’autore attraverso i titoli delle opere. Il terzo finale è occupato da brevi prose, che solo in piccola parte si dedicano alla critica, per scheda, cartolina o francobollo critico. Di che si tratta, che significa in un libro di letteratura la sezione seconda, quella che lei intitola “Attualità del Controdolore”?
Diciamo che è critica di costume, a partire da modi di dire come per esempio “Abbiamo toccato il fondo”, il fumo passivo, la laurea celere, il cadavere squisito, il sorpasso, il primato degli italiani. Parole che generano cose, forme che sono madri di significati. Non si fa un dramma sulla crisi che ormai è permanente, Palazzeschi lo sconsiglia. Lui consiglia di ridere anche ai funerali. Non siamo a questo punto, stiamo solo toccando il fondo. Poi naturalmente risaliremo.
 

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