Walter Pedullà, E lasciatemi divertire!

28/02/2007

Critici in crisi? Telefonatevi, di Walter Pedullà

C’era una volta la critica letteraria ed era così orgogliosa di sé da illudersi di poter avere il sopravvento sui testi creativi dei quali fino a poco prima era stata l’ombra. I più umili dei critici pensarono che sarebbe diventata un genere letterario non inferiore alla narrativa e alla poesia. Ma ora invece si registra un’inondazione di lacrime degli addetti ai lavori: è morta, nessuno la legge, è tempo perso scriverla.
La critica elabora il lutto con una tale inondazione di saggi sull’argomento che già torna a fiorir la rosa sul suo volto. In verità la lagna era stata così lunga che è nato un sospetto: i critici trafficano con la morte del loro ruolo come un’agenzia di pompe funebri fa con quella degli uomini comuni? Cosa non bisogna fare per campare, ma sempre di cimitero si tratta, disse un narratore stroncato.
E pensare che fino a qualche anno fa erano ancora in circolazione dei critici che trattavano le opere poetiche e narrative di grandi scrittori alla stregua di materiali da costruzione per un proprio saggio introduttivo che metteva nell’ombra l’autore dei versi o delle prose. È successo per esempio a Pascoli d’essere posto al servizio del suo interprete. Non è un buon esempio. (Protetto dalla parentesi, posso registrare il fatto che l’opera –orgoglio del suo autore– ha circolato ma non è stata abbastanza presa in giro.)
Non doveva concludersi così la favolosa storia della critica nel Novecento. C’era dunque una volta Giacomo Debenedetti, e c’erano Pasquali, Longhi, Praz e Ripellino, grandi prosatori degni di stare almeno alla pari con i più noti narratori e poeti. Sono morti tutt’e cinque ed è stata biffata la lastra. Sono un buon esempio ma sarebbe una cattiva idea imitarli fedelmente. Si possono clonare solo per utilizzare alcuni organi tuttora vitali. E tuttavia non è così che si rianima la critica.
Pochi oggi leggono i libri di critica, pochissimi lettori si fanno guidare dalla critica militante. Ammazziamola dunque, è una pena tanta agonia, il coma è irreversibile. Per porre fine allo strazio Mario Lavagetto ha proposto l’Eutanasia della critica. Stacchiamo insomma la spina, togliamo l’ossigeno? In verità manca da un bel po’ il fiato, avrebbe detto Giuseppe Antonio Borgese, cioè il grande respiro storico con cui dalla parola si risale ai polmoni o addirittura al cuore. È stata staccata la spina che collega la bocca al cervello. Povera e nuda vai filosofia estetica, da non confondere con la chirurgia plastica, che opera in superficie.
Non sta meglio della critica che fa concorrenza alla narrativa quella che ha preteso d’essere scienza della letteratura. Nessuno vuole più sapere qual è la struttura da cui trae origine un’opera, quasi tutti se ne infischiano del laboratorio di un testo. Altro che eutanasia: sono già morti lo strutturalismo e la semiologia. E non sta bene nemmeno la critica che cerca nella storia la nascita di un’opera, né quella che la cerca nella psicologia. Nessuno è interessato al prima o al come, nessuno vuole sapere cosa c’è sotto. Urge cambiare metodo. Parola di Sherazade: stanotte lo sposo ucciderà la donna, cioè la critica che non abbia inventata un’altra storia, una nuova favola, una fantastica leggenda da ascoltare e, se scritta bene, pure da leggere.
Che fare dunque prima che arrivi la notte? Ebbene, l’iniziativa passi alla vita. La critica non risponde né alla letteratura né alla vita? Di questo muore. Quando una cultura è minacciata di morte, faccia un bagno nella realtà, nella società, nell’attualità. E così sia.
Ebbene, cosa è successo di rilevante e di determinante in questi mesi? Come si sa, c’è stata l’intercettazione delle telefonate tra personaggi che sono al vertice del sistema finanziario, cioè la cupola del potere economico. Finalmente ciò che nel passato era dietrologia è emerso clamorosamente in superficie, in un dialogato avvincente che è una continua rivelazione. Quelle intercettazioni, che sono diventate subito il più emozionante romanzo dell’estate, danno una imperiosa lezione anche alla critica.
Nelle telefonate incolte ma non ingenue c’è un nuovo modello di fare critica con giudizi franchi e sinceramente sentiti, meglio ancora se risentiti. Una critica che scende nel privato e nel personale: per intenderci biografia più o meno romanzata: un genere che tira. La vita e il personaggio conta più dell’opera, come ben sanno i seguaci di Pasolini. (Questo non avrei dovuto dirlo nemmeno fra parentesi: gli estremisti del pasolinismo considereranno un sacrilegio simile giudizio non intercettato.)
Ora però veniamo alla proposta concreta. Dunque, si intercettino e si registrino fedelmente le telefonate di due critici, o magari di due narratori o poeti che sempre più numerosi si scambiano recensioni. Quand’anche fossero i due solitamente più diplomatici e salomonici e indulgenti, ne sentiremmo delle belle: tanto più se sono brutti i libri. Siano quindi messe per iscritto le parole, che, come sanno i latini, volano, e la critica sarà letta con lo stesso interesse con cui si leggono i gossip più osceni.
Nelle telefonate i giudizi volanti sono perentori e non hanno bisogno di essere motivati: basta un accenno, una mezza frase al vetriolo e l’avversario è stecchito. Il discorso è ancora più secco in quanto è ripulito di ogni idea che non sia l’interesse privato, quello che è anche intima convinzione. E così finalmente assistiamo al trionfo della spontaneità che diffida della cultura pesante, e pensante. Non importa se i lettori che non sanno leggere identificano i due attributi o attribuiscono la differenza a un refuso.
Non vanno buttate nella spazzatura le telefonate dei critici. Potrebbero essere riciclate e trasformate nell’ultimo grido della critica militante: quella che ferisce gli autori senza nemmeno aprire i libri o che promuove a capolavori libri che potrebbero benissimo non essere letti. Questa critica spazzatura è troppo acida e magari puzza (però lo ignora chi non ha fiuto) ma è viva ed è letta. Ci vanno a morire sempre più critici.
E ora la rivelazione finale. Confesso che finora vi è stata raccontata una favola. Ciò che è vero vi sarà detto fuori della parentesi. Ebbene, si scrivono molti bei saggi, si pubblicano eccellenti volumi di critica accademica, si leggono numerosi articoli di eccellenti critici militanti. E questa è la verità che circola fuori dal cimitero dove è stata accompagnata la cassa. “Era così povera che non c’era nemmeno il cadavere.” (Questo l’ha detto –non in parentesi ma in versi emiliani– Cesare Zavattini.)

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