Walter Pedullà, Giro di vita

24/12/2011

Un'idea dissacrante di modernità, di Giuseppe Lupo

C'è da rimanere piacevolmente stupiti, tanto per la varietà di argomenti toccati quanto per il piglio scanzonato e ironico, quando leggiamo Giro di vita di Walter Pedullà (Manni, p. 211, euro 18), un libro che si traveste di autobiografia morale e che le generazioni dei giovani e meno giovani non dovrebbero temere di considerare esemplare per gli interessi messi in campo, per le scelte coraggiose, per la generosità con cui si toccano i fatti della letteratura del Novecento, passando dalla critica militante all'insegnamento universitario, dalla consulenza editoriale al giornalismo culturale. Innanzitutto colpisce la forma adottata. Si tratta di un'intervista un po' diversa dal solito, immaginaria come l'avrebbe congegnata il grande Borges, perché è l'autore stesso a porsi le domande e a rispondersi. Non sembri banale: è un'operazione altamente rischiosa, che potrebbe perfino sfuggire di mano. Ciò non avviene. Pedullà sa bene quando è il momento di scherzare (o scherzarsi addosso) e stacca la penna dalla carta, cambia discorso, guarda altrove. Ne viene fuori un ritratto di lettore affamato di libri e di idee, che, interrogando se stesso, compone anche un cifrario di poetica (è questa la grande sfida) perché dietro ogni definizione, accanto a ciascun giudizio si riconosce la bussola utilizzata per orientarsi dentro il lavoro intellettuale durato oltre cinquant'anni. Sicché il Novecento, secolo così intensamente ingombrante, grandioso e tragico, epico e frantumato, prende corpo con tutte le sue opposizioni (o contraddizioni): realismo e antirealismo, scrittura di denuncia o di progetto, cultura apocalittica o utopica. Non si fatica a capire da che parte Pedullà volge le sue attenzioni. Ci sono i titoli di alcuni libri a indicarlo: Le armi del comico (2001) o Le caramelle di Musil (1993) o Alberto Savinio scrittore ipocrita e privo di scopo (1979), ripresentato quest'anno in edizione aggiornata. Titoli che sono funzionali a una visione della letteratura come forma di eversione totale, che rivelano insomma un'idea dissacrante di modernità e denunciano il piacere di "strappare le maschere" (espressione più volte ricorrente), sia le stesse che coprivano l'uomo pirandelliano, sia quelle della tradizione contro cui si sono scagliate, a più riprese, avanguardie e neoavanguardia.
Da documento di indagine autobiografica Giro di vita non fatica a trasformarsi in uno zibaldone di pensieri, libro di aforismi letterari («la nostra letteratura è fatta principalmente di opere prime»), testimonianza di lunga fedeltà a una poetica che elegge a modello le opere di Calvino, D'Arrigo, Gadda, Malerba, Manganelli, Pagliarani Palazzeschi, Pasolini, Pizzuto, Volponi, e assegna a Giacomo Debenedetti, il più tormentato lettore di pagine novecentesche, il più geniale degli esclusi dai ranghi universitari, un posto di rilievo dentro il pantheon degli affetti familiari e delle amicizie. Tutto questo in nome di quella suggestiva formula in cui Pedullà sintetizza la breve vita di suo fratello Gesumino: il «realismo dei visionari».

 

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