William Shakespeare

23/06/2004

Shakespeare "travestito" da Sanguineti, di Lello Voce


Per chi si fosse distratto, questa raccolta di sonetti shakespeariani (Omaggio a Shakespeare – Nove sonetti, illustrata da bellissimi disegni di Mario Persico e accompagnata da un interessante saggio di Niva Lorenzini), splendidamente resa nel suo inconfondibile stile, cade a fagiolo per ricordare che Edoardo Sanguineti – oltre che poeta, romanziere, storico e critico della letteratura – è anche un traduttore, e tra i più prolifici e originali del nostro panorama nazionale. A voler qui citare un po’ alla rinfusa – oltre alla celeberrima versione del Satirycon di Petronio e al Faust goethiano – si potrebbero ricordare Le Baccanti e Le troiane di Euripide, Fedra di Seneca (1969), Le Coefore e I Sette contro Tebe di Eschilo, La festa delle donne di Aristofane, Edipo tiranno di Sofocle, Don Giovanni di Molière. Non pago di tradurre da altre lingue, Sanguineti – in un certo senso – si spinge sino a tradurre l’italiano stesso (nel trattamento teatrale de La Commedia dell’Inferno, o nel travestimento ariostesco dell’Orlando) a testimonianza di una inclinazione spiccata e costante nel tempo.
A guardar bene, poi, si scoprirà che Sanguineti è soprattutto per teatro e anche questa avventura shakespeariana nasce legata al suo rapporto col palcoscenico, non soltanto perché al teatro è immediatamente collegato a Shakespeare, quanto perché queste versioni nascono da un nucleo originario approntato da Sanguineti per alcuni lavori teatrali, prima con Tonino Conte e poi con Andrea Liberovici.
È forse da questa preferenza teatrale che Sanguineti trae la definizione che spesso adotta per indicare molte versioni: travestimenti. La traduzione, dunque, è un travestimento, il traduttore è sorta di Fregoli, o Zelig, che ha chiara l’idea che ogni trasposizione è una nuova opera che deve trovare in sé, nella sua lingua seconda, le nuove regole che, rispettando quelle originarie, fanno sì che una nuova forma sussista, laddove prima era un’altra, originaria più che originale, che alla seconda è legata da un rapporto che fonda la sua forza su un tradimento che elude, potenziandolo e spazzandolo, il fascino di Babele. Il traduttore è un «mezzo, un medium, un mediatore, un mezzano», che brucia «senza residuo» il testo originale su cui agisce, qualcuno che, più che accorciare distacchi, non può che sottolineare un’«invalicabile distanza».
E il travestimento sanguinetiano agisce, nel caso che qui analizziamo, come suggerito da Niva Lorenzini, scegliendo la contrainte di una felicità assoluta a «forme di interazione, stilemi anaforici, parallelismi», che è l’eccezione, o l’altra faccia della medaglia, di una assoluta libertà della resa e non rimato» intessuto spesso dei modi di «un divertito abbassamento formale», ulteriore puntata di un confronto col mito («un vecchio fantasma mentale») che parte da Goethe e giunge fino a questo Shakespeare, uno Shakespeare praticabile, come lo definisce Niva Lorenzini, un mito riportato alla sua consistenza terrena, senza che per questo smarrisca lo scintillante fascino dei classici.


 

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