Zara Finzi, La porta della notte

30/01/2009

Donna & Donna, di Bona Boni

La copertina porta un dipinto di Albano Seguri perché l’autrice, Zara Finzi, è mantovana, anche se vive e insegna a Bologna. Si è laureata con una tesi in Filosofia estetica sotto la guida di Luciano Anceschi ed ha al suo attivo traduzioni dal latino medievale di opere che precedono il canto gregoriano e testi di poesia in rivista. Tre sono invece le raccolte poetiche: Gemente seflente, Il trimestre mancante, La porta della notte, con prefazione di Mario Artioli.
Il libro si articola in tre sezioni, una centrale di soli cinque componimenti e due più ampie, preceduta, la prima, da un testo in cui l’autrice si cala nella dimensione della sua terra lombarda e seguita, la terza, da note esplicative che evidenziano le sue matrici poetiche e culturali o più semplicemente spiegano riferimenti che al lettore potrebbero risultare ignoti. E allora veniamo a sapere che, quando dice “stazione azzurra” si riferisce alla stazione di Marmirolo, servita durante la seconda guerra mondiale dalla littorina della linea privata Mantova-Peschiera oppure, dall’altra parte del mondo, che la città di Vitebsk è quella natale di Chagall. O ancora che nella lirica Non a tua immagine il proposito era di dar voce al pensiero di Eva, al pensiero della donna (anche se in lingua sumera Eva significa madre), facendo vivere con lei tre archetipi del femminile. Margarete, protagonista del Faust di Goethe, Sulamith, sposa di Salomone nel Cantico dei cantici e Dolores Ibarruri, eroina repubblicana della guerra civile spagnola.
Un mondo di oggetti quotidiani anima testi poetici nei quali a poco a poco si coglie il dipanarsi della vita. Ci sono il borbottio della Moka, la Phonola di bachelite, la sala col buffè e il controbuffè che accompagnano un’esistenza faticosa, iniziata, citando lo scrittore ceco Bhoumil Hrabal nella “rumorosa solitudine dell’Universo” e scandita dai traslochi che hanno voluto dire crudo sradicamento. Le nostre cose vengono portate di nuovo da un’altra parte., fino al “paese sull’Oglio”. Poi viene la clandestinità, forse di amici o di parenti, quando il mondo è percorso dai treni piombati che portano da Fossoli verso Dacau e Mauthausen.
Ma dall’altra parte si sentono le voci di Gigli (“Mamma / solo per te la mia canzone vola”) e di Bechi (“Vento portami via con te”) e si vedono i “commoventi pioppi” della Lombardia, che erano già in Vittorio Sereni, in “questa eterna infinita pianura / che gira come i raggi di un cerchio perfetto…” dove “trascolora la nebbia nei giorni / materna abbraccia più discreta della pioggia… È l’umido azzardo che ogni giorno / familiare avviluppa la vita…”.
Pioppi, pianura, nebbia, pioggia, ma anche tigli, mandorlo, ginepro, agrifoglio, oleandri, rose, violacciocche, glicine, gerani, gerbere, giacinti, melograno, calicanto, paulonie, un’esattezza botanica che sbilancia e dà colore al “nulla ormai denso” della pianura.
Ma io l’abbraccio questa pianura di pace
come il cespuglio che voltate le spalle
all’angoscia dell’autostrada
si abbarbica al palo della luce.

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