Alessandro Serpieri, Mare scritto

01/02/2008

Geroglifici del mito, di Tomaso Kemeny

È dal 1977, da quando uscì Mostri agli alisei, che, lettori di Alessandro Serpieri, aspettavamo lo scioglimento dell'enigma dei mostri degli abissi marini senza nome, dalla possibile origine divina. La soluzione appare nei labirinti temporali di Mare scritto, fondati su una scrittura che dissolve nel simbolico il richiamo perturbante dell'ineffabile per portare sulla superficie della pagina i tesori virtuali dell'umano sepolti nel grembo della natura terrestre e innalzati nel respiro celeste del sublime vincolato, allo stesso tempo, a una condizione verbale e cosmica.
Il libro si apre con una discesa nell'Ade che, prima di tutto, riporta al libro XI dell'Odissea, al libro VI dell'Eneide e all'incipit dei Cantos di Ezra Pound. La discesa, allo stesso tempo iperletteraria e autobiografica, avviene al riparo, trasparente, di una cattedrale celeste ("il cielo pendeva come una cupola di vetro sul cerchio dell'orizzonte") e la narrazione si manifesta come un'avventura à rebours, simultaneamente un nostos alla radici della letteratura occidentale e alle cure di una madre, nutrice di affetti illimitabili. Nel raffigurare l'attaccamento alla madre e ai familiari, la scrittura di Serpieri elabora effetti di autenticità che fanno percepire le tracce mnestiche dell'autore come tradotte in diretta. Ma la scrittura non si limita a richiamare memorie, oggettivandole in una dimensione mitica, perché al movimento di ritorno delle onde verbali, alla serie dei riflussi corrispondono serie, ben calibrate, di flussi di iniziazione del protagonista Michele. Quest'ultimo, secondo paradigmi del romanzo di formazione, si rende progressivamente conto della propria fenomenologia corporale, anche attraverso le differenze svelate dalla percezione del corpo femminile. La scoperta condizione psico-biologica del protagonista si integra in eventi storici, a loro volta innestati, con naturalezza, in manifestazioni di fantasmi collettivi.
Eventi decisivi dell'avventura esistenziale di Michele, vengono resi ai geroglifici del mito attraverso un uso originale della sapienza numerologica e del cabala. E la sensibilità di Michele si dilata per viaggi che lo portano dalla Gran Bretagna alla Norvegia, da Praga all'India, ogni viaggio aprendo a una nuova lettura del mondo e a una scrittura metamorfica in grado di cogliere aspetti significativi dell'atmosfera specifica dei luoghi visitati-vissuti e delle persone incontrate. E pare che Michele permanga "giovane" per sempre, ogni volta in attesa di un decisivo atto di iniziazione. Perché come le onde marine, così la voglia di vivere di Michele, lo spinge immer wieder ("sempre di nuovo") ad affrontare l'avventura, senza i pregiudizi del "già vissuto". Se ogni esperienza pare richiamare l'indecifrabilità della morte, una nuova opportunità di vita si offre, subito dopo, nella forma invitante della rinascita.
Nell'episodio dell'incontro con una ragazza norvegese, l'esperienza erotica e del desiderio che la sostiene si rivela come sorprendente presupposto del disincanto. Ma in seguito l'epifania dell'incantamento femminile, percepita come assoluta e affrancatrice dalla precarietà della condizione umana, si avvera nell'arricciarsi lieve, nel sorriso, di un naso di giovane donna, di un'anima gemella onirica. Sognano entrambi di potere vivere nelle profondità marine senza respirare. Il sogno si compie nella realtà, e la scrittura sfocia nella dimensione del "meraviglioso" dove sogno e realtà, desiderio e azione coincidono, finalmente. Il nostos avviene nel grembo marino, un eden antropologico dove gli innamorati comunicano con un linguaggio altro, non vocale, simulacri di divinità in grado di vivere nelle profondità marine l'illimitata bellezza degli abissi astrali.
 
 
 

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