Maria Pia Romano, L'estraneo

04-04-2005

"L'estraneo", creatura d'amore, di Antonio Errico



Come una lettera d’amore: una breve, intensa, lettera d’amore; come ogni lettera d’amore ingenua e pudica, è il libro poetico di Maria Pia Romano intitolato L’estraneo, edito da Manni.
Come ogni lettera d’amore, si affida al respiro, al battito di cuore, a sensazioni e pulsioni, a sogni, a memorie, a private storie che sembrano, però, contenere qualsiasi altra possibile storia d’amore, così come ogni privato amore stringe tutto l’amore dell’universo.
Come ogni libro d’amore, è un libro di malinconie. Tristezze abissali. Meraviglie. Stupori.
È un libro di assenze, di perdite, ferite profonde come baratri, di assenze e presenze fantasmatiche. Come ogni lettera d’amore è scritta solo a se stessi, per se stessi, per l’altro che siamo per noi, ad un’ombra che si spande sopra il foglio, ad una proiezione di un’assenza, ad una presenza in fuga.
L’altro è l’estraneo, è lo sconosciuto. Forse è l’inconoscibile. Appartiene ad un tempo e uno spazio diversi da quelli della scrittura, ad una irrealtà, ad un’invenzione, ha carne e sangue fatti di parole. Se sia stato -se sia- mente e copro reale non importa. Nel tempo e nello spazio della scrittura è un estraneo: qualcuno (o qualcosa?) che si desidera e di cui si ha paura.
La sfida è questa, dunque, per Maria Pia Romano: portare quell’estraneo nell’universo di una poesia; dargli la corporeità e il pensiero che la poesia vuole che abbia; dargli dolcezze e furori, ricordi e rimpianti. La sfida dunque è questa: possederlo totalmente, privarlo di qualsiasi appartenenza per farlo appartenere alle parole con cui lo si definisce, con le quali lo si definisce, con le quali lo si ama o lo si odia. Ha ragione Giovanni Invitto quando nell’Introduzione dice che alcuni passi di questa poesia “sembrano estrinsecamente richiamare il classico della passione viscerale e delusa: i Carmi di Catullo, con l’universale odi et amo”.
La sfida è far appartenere l’estraneo ad una musica, un suono che vorrebbe fare a meno anche di parole, che è espressione pura, superiore a qualsiasi altra espressione.
Ma non è possibile possedere qualcuno totalmente. Totalmente non è possibile l’amore. Se non -forse- ad una condizione: creare dal nulla l’oggetto dell’amore, farlo a propria immagine e somiglianza.
Questo fa Maria Pia Romano, fondamentalmente: crea una figura a propria immagine e somiglianza. La impasta con la creta di un’idea. Le attribuisce volto voce cuore. Ma non è una figura d’uomo. È un’idea: l’astrazione di una figura d’uomo, espressa con una poesia leggera che non pretende d’essere forma definita, ma solo l’espressione di un intimo sentire; vuole essere niente più che un’occasione, frammenti di quella lettera d’amore.
Ma dentro e dietro tutte le parole -così spontanee, tenere, felici, dolorose- alla loro origine, nella loro intima ragione, nel movente e nella motivazione, c’è una radice che affonda nel mito dell’amore. O della sua perdita. O del suo abbandono. C’è la sofferenza da cui viene ogni canto. La perdita da cui nasce ogni poesia d’amore. Orfeo e Euridice. Il conflitto del doppio. Il bisogno di voltarsi indietro, anche a costo di perdere, per sempre. La poesia come conseguenza di una rinuncia, come consolazione di una dissolvenza. La parola che sostituisce -inadeguatamente- un corpo, un’anima, un abbraccio, una carezza, la tenebra in cui si rifugia la scrittura dopo aver perso lo splendore della vita vera, l’illusione, l’ossessione di ricreare lo splendore e la consapevolezza che la parola non può essere altro che un dipinto, finto fuoco.
La parola può solo fare il tentativo di evocare il senso di un’esperienza, di medicare le ferite dell’assenza, di trasformare quell’assenza in sublimazione.
La poesia di Maria Pia Romano è una conquista -parola per parola- di quella condizione dell’amore capace di trasferire nella sfera della conoscenza dell’amore l’esperienza soggettiva di una passione.