Un dialogo intimo, di Domenico Cipriano
Se con il suo esordio poetico Mattinale, Stelvio Di Spigno ci aveva abituati ad un ritorno all’importanza della parola poetica che svela, nel suo nascere, l’incomprensibile che c’è nel mondo, con Formazione del bianco l’autore dà una svolta alla sua poesia, già convincente, cambiando registro stilistico. Pur restando nella tradizione, essenzialmente quella novecentesca del verso libero, come nota in prefazione Stefano Dal Bianco, si lascia andare ad una forma più prosastica, facendo in modo che il dire si affidi anche a sbavature, abbandonando in parte la parola secca e onnisciente della prima raccolta. Sembra che Di Spigno voglia in qualche modo affidarsi alle parole, più che alla parola come elemento di rivelazione, alle parole per un dialogo intimo o esposto per dire l’esperienza. Esperienza e raffiche di memoria che erano anche i temi portanti della prima raccolta, quindi il bisogno di una continuazione, ma nella ricerca costante di un Classicismo adatto ai nostri tempi. Tratto comune resta la capacità di rivalutare una funzione strategica della poesia, quella di nominare le cose e i luoghi della propria formazione umana, che diventano compagni, osservatori e a tratti protagonisti.
Formazione del bianco è una raccolta composta da 6 sezioni, oltre a una poesia iniziale dal titolo Ripresa, un ricollegarsi al primo lavoro Mattinale, e una finale dal titolo Leggenda.
Con queste poesie non si resta più legati al passato (come in Mattinale), ma si fa un percorso a ritroso nella memoria, prima di salutarla definitivamente con la promessa di non ritornarci, “fare il bianco”. Si prova così a cercare i fantasmi del passato, dall’infanzia al microcosmo familiare, dalla crescita ai luoghi di formazione umana dell’autore. Il “bianco” poco a poco prende il sopravvento, dopo la rievocazione, quasi a cancellare il passato mutandolo, prendendo forza la visione di una nuova partenza, come lascia intendere in una poesia dell’ultima sezione Fuori dal mondo: «Non ci resta che attraversare questo istante/ di morte per uscirne, siderali, come le fasce/ gassose dei pianeti, brillanti di una luminosità/ neanche nostra, segreti anche a noi stessi». (p.68).
Siamo in un’epoca in cui il dolore è stato accantonato, quasi desse fastidio con la sua presenza, e il nostro bisogno di sentimento è stato sostituito dal sentimentalismo televisivo. Di Spigno ci riporta al nostro bisogno primario di sentimento, a riacquistare il contatto con le cose, le persone, con noi stessi, facendo i conti con la nostra memoria. Una memoria che è «più visione che ricordo», che cerca di fissare dei momenti invece di mitizzare i periodi.
Un autore che non ha paura di confidare il suo bisogno di amore, comune a tutti noi, e la sua crescita poetica, i passaggi e i paesaggi, la presenza del mare che lo segue ovunque, con i lineamenti della costa che da Gaeta scende fino a Posillipo.
La memoria è solo il percorso obbligato per fare i conti con noi stessi, in un bisogno di cambiamento: per questo non possiamo portare con noi le cose rimaste in sospeso, perché altrimenti torneranno sempre a galla, per questo – come scrive nella sua precisa prefazione Dal Bianco –: «Bisogna fare il bianco, bisogna fare piazza pulita del sé anteriore, bisogna che l’immagine del mondo in noi scompaia perché una rinascita sia possibile».