Valeria Ferraro, Il vino rovesciato

01/05/2009
Recensioni

Studiosa poliedrica, raffinata poliglotta, Valeria Ferraro (Venezia, 1969), traduttrice nel 2005, per Einaudi di un’importante raccolta dedicata a La nuovissima poesia russa, insegue lingue e letterature (oltre che l’eco slava, la tedesca, la francese, ovviamente l’italiana) come un’autentica, sconfinata cittadina d’Europa, diligentissima nove volte allieva delle nove Muse… Ed altre, si sa, il ’900 ci ha insegnato ad aggiungerne: “Sfumavi i giorni, Giudecca, per gli incompiuti cantieri. / Volevi edera, non arte. Invischi e rallenti / e muori in parte, amor che meco al buon tempo / ti stavi. Falcone-graffito che ridi del nido affiorato / e del cibo mattutino: digiuno, ideologia autogestita / dal destino, alle porte terapia o vita”… Una poesia colta, coltissima, coltivata e assai ben raccolta, vendemmiata, pigiata, travasata, svinata… piena d’echi e di rimandi, di cari, gentili prestiti e di ardue, concentriche e vorticose adesioni. Qualcosa che sta a metà, ferventemente in mobile equilibrio, tra lo splendido violino verde, sinfoniette, notizie dal diluvio, insomma il barocco imperterrito e imperituro all’Angelo Maria Ribellino e i “fosfeni” preziosi, irredimibili, affranti e poi ricomposti, intarsiati, di Andrea Zanzotto… Ad exemplum: “Né seppi mai del tuo esilio – un piacere immediato / di polvere e di cosmo che si sfalda, in un declivio / stupefacente, di pace inflitta al tempo e di mente / che dipanandosi calda non riconosce i ceppi / e i luoghi, latifondo capace e grave: zona, zoom, neve.”

 

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